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martedì 19 giugno 2012

Il gigante della pallacanestro



 
Hasheem Thabeet nasce il 16 Febbraio del 1987 a Dar es Salaam, il suo nome completo è Hashim Thabit Manka che in arabo significherebbe “distruttore del male!”.  Da bambino giocava a calcio, poi scopre “solo” all’età di 15 anni, la sua passione per il basket.  Ha frequentato l’università del Connecticut facendosi notare e vincendo due volte consecutive il Defensive Player of the Year Award 2008 e 2009.  Nel 2009 viene nominato co-Big Player East of the Year e l’8 Luglio dello stesso anno firma un contratto pluriennale con i Grizzlies Menphis. Hasheem diventa così il primo tanzaniano della storia ad approdare nella NBA (National Basketball Association)! E non è l’unico primato, statistiche alla mano pare sia il più alto giocatore in attività: 2m e 21cm per 193 chilogrammi di peso! Dal 2011 gioca con i Portland Trail Blazers.


giovedì 14 giugno 2012

Dar es salaam

di Roberto Lumuli Gaudioso

Nessun punto
                     fermo
          è
Dar es Salaam
conosce l’ebano profumato
sotto lo scialle rosso
sotto i versi arabi
grida la gola nera
senza fretta senza fretta
polepole taratibu ndio mwendo
c’è sempre un culo da fottere in città
non s’affretta finché la foga dei corpi danzanti
                                              -  (quasi) si fondono
                                                molle e dolce ebano sognante e profumato -
frenetici tamburi
muscoli frenetici
trillano glutei femminei di maschi arrapati
                                                - eretti enormi
                                                  nella notte fonda
                               stellata -
suda la pelle harufu
tutto accade Poesia uhuru
ushairi wa ngoma kama mwili wa moto
                    odore
la Mama-lishe impasta i chapati
terra di benzina, fango e polvere
alle sue spalle pubblicità una soda nuova
Melinda Tangawizi Cocacola
il Masai forte di ebano treccine e perline
colorate minaccia col suo lungo coltello
il suo nuovo i-pod
la ngoma dei razzismi s’affretta
nel chiasso della città
una mamma muta lancia del figlio
il grido inscheletrito
          damu
sembra asciutto in città
chiusa nessuna cicatrice
un brutto gioco di potere e controllo
Miranda Tangawizi Konyagi siwezi kuelewa
urlami contro il tuo essere
bloccami col tuo fucile quotidiano
in una strada qualunque
sparami in faccia la tua collana rossa rabbia
e disinteressato al colore dei fiori
che si dischiudono come molle anfratto.
Al centro – kitovu – una via di terra rossa
apprestandosi alla meta i vitenge danzano
ritmico passo sul capo sacco polveroso
caldo giorno la gola del viandante secca ha sete
Dar es Salaam nella sua lingua il silenzio grida

domenica 10 giugno 2012

Lexodonta africana africana

di Francesco Cosentini

John Sales, direttore dell’African Wildlife Foundation, rende noto che in Tanzania vengono uccisi illegalmente circa 20 elefanti ogni mese, nonostante siano sottoposti a protezione e tutela (Maggio 2012).  Loxodonta africana africana, dal nome scientifico dell’elefante della savana, gode di tutela giuridica in tutti gli stati dove è ancora presente. Compresi gli individui che vivono fuori dalle aree protette, stimati in circa il 70% dell’intera popolazione esistente della specie. Sul versante occidentale africano è quasi del tutto scomparso e nel tentativo di arginare il problema, un gruppo di 16 paesi, tra cui: Mali , Nigeria, Senegal, Kenya e Etiopia propongono una moratoria di 20 anni sul commercio di avorio nel tentativo di limitare il danno (sul caso del Kenya è interessante il libro “La natura in pericolo” di Richard Leakey). Nel Marzo 2010 la Tanzania si è vista negare dal CITES la richiesta di riaprire il commercio dell’avorio, pur sostenendo che la popolazione degli elefanti stesse aumentando ogni anno del 5%! Ignorando, o facendo finta, che in realtà secondo i censimenti dal 2006 a oggi il numero dei pachidermi è calato del 20% su tutto il territorio nazionale.  Insieme al governo dello Zambia aveva proposto di spostare l’animale dall’appendice I alla II della lista rossa del IUNC ( l'elefante africano è classificato tra gli animali prossimi alla minaccia di estinzione: NEAR THREATENED )nel tentativo di allinearsi a paesi dove la legge è più permissiva come Botswana, Namibia, Sudafrica e Zimbabwe. La richiesta nello specifico chiedeva di poter vendere 90 tonnellate di avorio “una tantum”. Il mercato dell’avorio è molto redditizio, basta pensare che il bracconiere ricava 50 dollari americani per un solo kilo, il venditore finale arriva a venderlo anche fino a 1500$! La caccia sportiva fa storia a sé, è consentita in Botswana, Cameroun, Gabon, Mozambico, Namibia, Sud Africa, Tanzania e Zimbabwe, ed è permessa l’esportazione dei trofei.  Il territorio tanzaniano viene convenzionalmente suddiviso in 6 ecosistemi: Tarangire-Manyara,  Serengeti,  Selous-Mikumi,  Ruaha-Rungwa,  Katavi-Rukwa ,  Moyowosi-Kigosi,  la popolazione di elefanti è stimata in 105.000 unità (dati del 2011).  Nella sola riserva Selous, nel sud del paese, in 6 anni c’è stato un declino di 30.000 pachidermi. La ragione è ricollegabile, oltre al bracconaggio, alle naturali migrazioni nella riserva  Niassa in Mozambico e ancora al grave problema della frammentazione del habitat che risente della pressione antropica. Ci sono molte preoccupazioni che il turismo possa risentire negativamente di questa situazione. I guadagni del settore turistico supportano in maniera determinante l’economia nazionale, se fossero utilizzati seriamente potrebbero, e dovrebbero, supportare e tutelare la comunità umana in primis con le bellezze faunistico - paesaggistiche di riflesso. Il governo incalza che il commercio illegale potrebbe essere controllato riaprendo legalmente la caccia grossa, ma sa bene il ruolo fondamentale che svolge la corruzione della polizia di fronte a container carichi di avorio che passano indisturbati le frontiere. In natura l’uomo è l’unico predatore per l’elefante, fatta eccezione per i piccoli che potrebbero essere assaliti (saltuariamente) da iene o leoni. L’inventiva dei cacciatori di frodo non conosce ostacoli: nel parco nazionale del Tarangire otto pachidermi sono stati avvelenati.  Verosimile che dietro questi gruppi di bracconieri locali ci siano organizzazioni criminali asiatiche ben organizzate e radicate. Sempre più animali sono abbattuti con armi di precisione, e in talvolta le zanne vengono asportate con tecniche particolari, che prescindono dai colpi di taglio dei “rozzi” bracconieri locali, in Sudafrica a tal scopo è stato usato un potente acido. Da molti anni (quelli critici degli anni ’70 e ‘80) a oggi, la caccia, seppur in proporzioni variabili non è mai cessata del tutto. Nel Marzo 2007 la polizia vietnamita intercettò un cargo tanzaniano con sei tonnellate di avorio. Il danno per la popolazione del pachiderma non si limita alle sole perdite in termini numerici, bensì a modiche nel tessuto sociale della specie stessa. L’elefante vive in branco e i rapporti fra i vari componenti della famiglia sono molto intensi. La perdita degli adulti, ad esempio, mette in serio pericolo la sopravvivenza degli elefantini, esposti maggiormente ai pericoli della savana. 

Ruaha National Park

sabato 9 giugno 2012

La Tanzania e la radio


di Maurizio Buffoli

Cosa c’entra la mia passione per la radio e la Tanzania?? Cerco di spiegarlo.
Quando Marconi nel 1894…………forse parto da troppo lontano.
Dunque io sono un radioamatore,non un CB ,ma un radioamatore,la differenza è che il CB usa la cosidetta Banda cittadina e può trasmettere solo sulla frequenza di 27 MHZ mentre il radioamatore ha molte frequenze assegnate dal Ministero e mentre il Cb ha solamente un’autorizzazione a trasmettere,il radioamatore per avere la licenza deve sostenere degli esami di elettronica e ai miei tempi (nel 1985) anche di telegrafia (l’alfabeto morse) che ora non si fa più ma che a me piace tanto. Ottenuta la licenza uno può scegliere cosa fare a secondo cosa più gli piace.
A me piacevano e mi piacciono molto le onde corte che ti permettono comunicazioni a lunga distanza e da allora ho collegato qualsiasi parte della terra, anche la Tanzania.
Ascoltavo spesso la sera Baba Camillo, a Kipengere nella regione di Njombe a circa 800 km sud di Dar Es Salaam, che parlava con il fratello nel trentino e tanti altri missionari dall’Africa o emigrati in Australia o in Sud America. Ora con i cellulari e Internet puoi arrivare quasi dappertutto ma qualche anno fa la radio era importantissima.
Poi nel 1993 ho conosciuto Don Tarcisio che era venuto al mio paese per un periodo di riposo. Nel 94 riparte per l’Africa questa volta in Tanzania a Mtwango ,sempre nella regione di Njombe. Parlando con Baba Camillo scopro che non è tanto distante da lui e che si sono già conosciuti personalmente. Allora il telefono più vicino era a circa 50 km per cui si comunicava quasi unicamente via posta,con i tempi che possiamo immaginare.,mentre attraverso Baba Camillo certe notizie e comunicazioni sono un po’ più veloci. Quando lo raggiunge la Fausta , una volontaria che da allora ha fatto grandissime cose in quella zona, con il primo container in partenza riesco a mandargli una radio ed un’antenna. Ogni tanto gli amici che erano con loro quella sera del nostro primo collegamento mi raccontano dell’emozione nel sentirmi. Da allora per molto tempo tutti sabati pomeriggio abbiamo avuto un appuntamento per salutarci per farli parlare con i parenti ed anche per organizzarci con i container da spedire. Nel 1999 vado anch’io a Mtwango ,faccio gli impianti elettrici di un convitto per le studenti delle suore e manutenzioni varie anche in missioni vicine.
Nel 2002 ritorno ancora per gli impianti al Villaggio TUMAINI, l'orfanatrofio che oggi ospita circa un centinaio di bambini. Ritornerò poi nel 2011 questa volta a Ilembula dove nel frattempo il Don e la Fausta si sono trasferiti per fare gli impianti al Centro disabili a Wangingombe,dare gli ultimi ritocchi degli impianti all’ospedale di Ikelu e iniziare quelli del nuovo orfanotrofio a Ilembula che abbiamo terminato quest’anno.
Naturalmente ho sempre portato con me la mia radio. Le prime volte serviva anche a noi per tenerci in contatto con i nostri cari qui in Italia,poi dopo l’avvento dei cellulari l’ho usata per divertirmi nel tempo libero e collegare qualsiasi parte del mondo perché essendoci pochi radioamatori , la Tanzania non si sente spesso.
Ora le missioni non usano più la radio,ma mi ricordo nel 99 e nel 2002 i collegamenti del Don alla sera alle 8 con tutti i missionari della Tanzania dove ognuno raccontava la sua giornata o cercava quella tal medicina o del materiale per i lavori oppure solo per sapere se aveva piovuto. Con il Don e la Fausta adesso ci sentiamo via telefono o E-mail ma ricordo con tanto piacere i nostri collegamenti del sabato sera.
Il saluto tra Radioamatori è: “ 73”. Ciao a tutti e 73 da Maurizio. E mail maurizio@buffoli-pm.it

giovedì 7 giugno 2012

Stregoni e narcotrafficanti

di Salvatore Arcidiacono
su concessione di L'eco di Caserta
http://www.ecodicaserta.it/

Caserta, stregoneria, swahili e ovuli: così i narcos africani inondavano di droga anche la città
L’operazione messa in atto dagli inquirenti, ha preso il nome di “Venus”, perchè è il nome del sito internet dal quale venivano prenotati gli alberghi per il soggiorno dei componenti della banda che univano la fiducia nelle profezie degli stregoni di un villaggio tanzaniano, all’uso di nuove tecnologie e la ferrea usanza ai riti sacrificali per propiziare il buon esito delle spedizioni. Corrieri imbottiti di ovuli di cocaina, comunicazione in codice che viaggiano sulle reti immateriali e credenze ancestrali, con queste modalità si muovevano chili e chili di stupefacenti, e i corrieri vivevano sparpagliati tra le province di Napoli, Caserta, Roma e Latina, e avevano contatti con il loro paese di origine, la Tanzania ma anche in Brasile. Per gli investigatori dell'antimafia di Roma, i cittadini tanzaniani arrestati oggi erano narcos, e trafficanti internazionali di eroina e cocaina. Le ordinanze di custodia cautelare in carcere, emesse dal gip del Tribunale di Roma Simonetta D'Alessandro hanno interessato 15 persone. In oltre, le Fiamme Gialle della Capitale, hanno sequestrato oltre 50 kg di droghe pesanti che immessi sul mercato, avrebbero fruttato alla gang circa 20 milioni di euro. Le indagini, hanno preso il via con l'arresto di un corriere tanzaniano che gli investigatori definiscono "ovulatore". Si tratta di soggetti disperati, che accettano di ingoiare ovuli contenenti gli stupefacenti e viaggiare, da un capo all'altro del mondo, per far arrivare il carico a destinazione non curandosi del rischio che corrono: se un ovulo si lesiona e fuoriesce anche una piccola quantità di droga nell'intestino, per il corriere ci sono poche speranze di sopravvivere. L'ovulatore arrestato all’aeroporto di Fiumicino, arrivava dal Brasile e aveva ingerito oltre un chilo di cocaina in capsule. Dopo averlo fermato, gli investigatori hanno passato al setaccio il suo cellulare con l'obiettivo di ricostruire la rete dei suoi contatti. Attraverso gli Sms e le telefonate ricevute sono risaliti ad altri elementi di quella che hanno intuito, essere un'organizzazione di narcos, tutti tanzaniana. Con il proseguo delle indagini, e fatto un incrocio dei dati della prenotazione del biglietto aereo e le informazioni relative ai passeggeri in arrivo in Italia, gli inquirenti sono arrivati a un nome: Maria Marilena De Santana, una donna ritenuta la regista della banda che dal Brasile gestiva i viaggi dei corrieri ovulatori, che arrivavano, scrivono i magistrati, "a pioggia", inondando le città italiane di eroina e cocaina provenente dall'Afghanistan, attraverso il Mediterraneo, e dal Sudamerica. Nella Capitale e a Napoli, operavano rispettivamente Kirro Zura e Hassan Kaburuma, capi dell'organizzazione, la cui struttura annoverava gregari specializzati nelle varie funzioni, dalla lavorazione, al taglio dello stupefacente, dal trasporto, alla commercializzazione e allo spaccio. A Giugliano in Campania, in una delle basi logistiche utilizzate dai tanzaniani, sono stati trovati, nascosti all'interno di un camino, quasi 10 kg di eroina e cocaina, già pronti per lo smercio. Tutti gli indagati, comunicavano tra loro nell'idioma Swahili, una lingua locale tanzaniana, di difficilissima comprensione, nonché utilizzavano prudenzialmente schede telefoniche intestate a persone inesistenti e i canali dei money transfer, per garantirsi finanziariamente le compravendite delle partite di droga e il trasferimento all'estero dei proventi della vendita di droga. Il legame con la loro terra di origine era mantenuto con la richiesta di previsioni sull'esito del business ad uno sciamano tanzaniano che spronava i componenti della gang a proseguire nei traffici illeciti garantendo il sacrificio di alcuni animali come usanza locale. Oltre a curare l'arrivo della cocaina dal Brasile, Kirro Zura e Hassan Kaburuma, si occupavano anche dei rifornimenti di eroina, che avveniva nelle province di Napoli e Caserta, grazie a contatti diretti con connazionali fornitori in Turchia e Grecia. In un caso a finire in manette sono stati due collaboratori di Kirro Zura, bloccati all'aeroporto di Fiumicino mentre tentavano di far uscire un carico di eroina diretto in Canada. 

lunedì 4 giugno 2012

Occhi rosso sangue

di Francesco Cosentini
29 Maggio 2012, il centro giuridico dei diritti umani (LHRC= Legal and Human Rights Center)  rende noto che, dal 2005 ad oggi in Tanzania, sono state uccise 3000 persone sospettate di praticare atti di stregoneria. Secondo il rapporto nella maggior parte dei casi si tratta di: “donne anziane con gli occhi rossi”. Rifacendosi alle credenze popolari, ancora fortemente radicate, avere gli occhi rossi è un segno del male riconducibile alla stregoneria. Il motivo reale, secondo lo stesso LHRC, è che queste manifestazioni sono dovute all’utilizzo dello sterco di vacca usato come combustibile per alimentare il focolare domestico: il fumo generato produrrebbe forti irritazioni. Il fenomeno è piuttosto diffuso nel nord-ovest del paese, con diversi episodi concentrati nelle regioni di Mwanza e Shynyanga. Quest’ultima detiene il triste record con 242 persone trucidate nel 2010. Chi sono gli aguzzini? Nella maggior parte dei casi semplicemente i vicini di casa delle vittime, convinti che siano per loro motivo di minaccia e impauriti al pensiero di subire qualche maleficio. Addirittura, in altri casi vengono assoldate e retribuite bande di mercenari per stanare le streghe, distruggere le loro proprietà e bruciarne la casa. Nelle comunità povere tanzaniane le anziane sono i soggetti più vulnerabili, indifese e quasi prive di ogni supporto: talvolta gli esponenti di polizia sono tra i primi creduloni. Alcune organizzazioni come HelpAgeInternational e la tanzaniana Maparece , sono impegnate per la difesa delle donne accusate di stregoneria. Lo stesso governo pare abbia avviato un programma specifico di sensibilizzazione al problema. Le donne vivono in media più dei loro mariti, rimanendo sole e povere sono esposte al giudizio (e pregiudizio) di alcuni membri della comunità in cerca di capri espiatori per giustificare le proprie disgrazie. Diventano vittime sacrificabili e le poche sopravvissute alle feroci aggressioni rimangono orrendamente mutilate. Purtroppo l’ignoranza ha un ruolo fondamentale. Come accadeva nel medio – evo, ecco che fenomeni inspiegabili come una malattia, un decesso inaspettato di un familiare o un incidente, rievocano  il paranormale e si cercano spiegazioni negli "strani occhi rossi". Tradizione e superstizioni radicate hanno il sopravvento sulla ragione.

venerdì 1 giugno 2012

aboud_afriga

di Andrea Domenighini
quello è un mondo, ma ciò che ci si aspetta di ascoltare, per quanto riguarda il continente africano, è spesso opposto a ciò che poi viene udito. nessun bambino nudo, con la pancia gonfia, quelli servono per le cartoline umanitarie. nessuna tristezza nei volti locali, né l’emergere di malinconie, rabbia, frustrazioni o nevrosi. solo serenità, vivacità e gioia di essere così fortunati da avere tutto quel ben di dio. nessuna povertà traspare da quei paesaggi ma solo un’immensa ricchezza che i nostri occhi materiali non riescono a intravedere. “per chi va in africa non sarà l’ultima volta, per chi se ne va, non sarà per sempre” cita un proverbio locale. e il motivo di ciò è ben comprensibile. mancano le superficialità che generalmente ci arrovellano futilmente il gulliver, confondendoci. in mancanza di esse eccoci girare a mille, spensierati, adattati, pronti a impegnarci in qualcosa di sempre diverso, con una voglia di fare, contribuire ed esser-ci. e il tempo comincia ad essere alleato. non corre veloce, ti aspetta. non ha fretta di scorrere, non ce n’è ha bisogno. aspetta che tu, occidentale che vuole redimersi dai peccati dei suoi avi, ti confonda in quella bizzarra realtà, dove c’è poco pane ma la gente non muore di fame, dove l’acqua potabile non si trova né al baracchino della pepsi, né a quello della coca cola, dove gli uomini si danno la mano mentre assistono all’esecuzione di un gay, dove ci sono più ospedali che dottori, più malati che farmaci, più giovani che vecchi, dove le api fanno il miele prima di pungere. una terra lontana da paragoni, perché superflui, inadatti, storpiati da km di distanza e da anni luce di progresso. parola tanto lungimirante quanto ambigua quest’ultima, ricca di significati celati e di una potenza corrosiva. un concetto che sta distruggendo le civiltà (autodefinite) più evolute, e sta inquinando le regioni ancora pure, primitive, vergini. non c’è bisogno là di progresso, non c’è bisogno di nulla che viene dal di fuori di quei paradisi naturali. non serve costruire ospedali, perché mancheranno medici, farmaci, strumenti, perché finirebbe per diventare un deposito di autobus mandando così in fumo i sogni di redenzione di generosi occidentali opportunisti. il punto è che questo fantomatico progresso non può essere esportato, dev’essere, al massimo, perseguito. al fine magari di costruire un ospedale per curare i malati, invece di uno che li fa morire dignitosamente. quanto ingenuo cinismo e quanto è profonda la superficialità. ma ciò crea un legame che si instaura, senza preavvisi, con la realtà circostante, così si ha voglia di viverla, vederla, raccontarla, sia essa triste o sconvolgente ma non per questo affascinante e meravigliosa. e in questo l’africa ti aiuta a comprenderlo. ma purtroppo il paragone con quella realtà da cui provieni è inevitabile, e così il tutto si dipinge di una tonalità scura che non rispecchia più il sole. un consiglio, se non ci si può trasferire, è di vivere un’esperienza del genere nel modo più semplice. senza pretese, senza obiettivi e, per quanto possibile, senza pregiudizi. allora si può cominciare a vivere in pieno il continente, cosiddetto, nero. dove le banane possono diventare un primo, se fritte, o un dolce, se cotte. dove i bambini vogliono sempre qualcuno con cui giocare, e non qualcosa con cui giocare. dove le persone non hanno schifo a stare così vicine da toccarsi. dove si può fare musica senza strumenti, dove le scimmie non sono in gabbia, dove la parola traffico non è ancora entrata nel vocabolario. una realtà così bella che i ricchi e invidiosi occidentali han voluto inquinare. e così scopri che avere un cellulare è un status symbol, così come la macchina, e non ti sorprendi di sentire telefonini squillare e suonare tutto il giorno, così come non ti stupisce l’autista con la mano fissa sul clacson nonostante davanti non abbia nessuno. alti e bassi che concorrono, dalle sponde del lago malawi fino ai grossi fusti dei baobab. alti e bassi che scendono dal kilimangiaro sino alle riserve d’animali, dove questi vivono come se nulla fosse, come se nessuno fosse mai andato a rovinare quel perfetto ecosistema, come se, fossero liberi. tutto ciò di cui avrebbe bisogno questo popolo è essere lasciato libero, appunto, dai wazungu (in swahili, uomo bianco). libero di sbagliare, danneggiarsi, imparare e migliorarsi. senza i nostri assistenzialismi utili solo a lavarsi la coscienza. perché “l’età del ferro non è finita quando non c’era più il ferro”. ma quando hanno scoperto e soprattutto capito che si poteva andare oltre. e tutto ciò implica una coscienza collettiva che può essere solo autoprodotta e automantenuta. questo il motivo per cui il mzungu deve starsene nel suo bel continente inquinato di cibi sfiziosi, tecnologie all’avanguardia e di pillole per il mal di testa sempre più efficaci. dove un bambino vivace rischia il tranquillante, una donna stressata l’ansiolitico e l’anziano demoralizzato l’antidepressivo. dove senza la macchina non ti muovi, senza lavoro non vivi e senza problemi non si è felici. dove prima di fare figli controlli il conto in banca, dove l’herpes è una disgrazia e il cellulare rotto una catastrofe. non è possibile spiegare la bellezza della povertà, l’intrinseca forza che inietta in chi la vive. a maggior ragione da uno che la povertà l’ha vista distorta in qualche bel film. è possibile però percepire come la forza del gruppo sia più forte della carestia, della siccità. dove se un giorno ti manca il pane, avrai la coda di gente che ti offrirà un pasto, a discapito della loro stessa pienezza. dove se necessiti di un passaggio basta fare un segnale e qualcuno si fermerà, a discapito della sua stessa comodità. dove se non hai la casa, qualcuno ti aiuterà a costruirla, a discapito della costruzione del suo stesso tetto. una realtà tanto sociale, quanto umana. un po’ come il nostro bel paese, dove uno sconosciuto implica sospetto, fare l’elemosina un atto vergognoso, chiedere aiuto una forma di disperazione e dove, infine, un bambino di colore perde la sua fanciullezza a discapito di una denigrazione quasi scontata, di certo, mai negata.  e ora ditemi, se questo è un mondo..


da il blog di Andrea: http://unsilenzioassordante.bloog.it/