di Andrea Domenighini
quello è un mondo, ma ciò che ci si aspetta di ascoltare, per quanto riguarda il continente africano, è spesso opposto a ciò che poi viene udito. nessun bambino nudo, con la pancia gonfia, quelli servono per le cartoline umanitarie. nessuna tristezza nei volti locali, né l’emergere di malinconie, rabbia, frustrazioni o nevrosi. solo serenità, vivacità e gioia di essere così fortunati da avere tutto quel ben di dio. nessuna povertà traspare da quei paesaggi ma solo un’immensa ricchezza che i nostri occhi materiali non riescono a intravedere. “per chi va in africa non sarà l’ultima volta, per chi se ne va, non sarà per sempre” cita un proverbio locale. e il motivo di ciò è ben comprensibile. mancano le superficialità che generalmente ci arrovellano futilmente il gulliver, confondendoci. in mancanza di esse eccoci girare a mille, spensierati, adattati, pronti a impegnarci in qualcosa di sempre diverso, con una voglia di fare, contribuire ed esser-ci. e il tempo comincia ad essere alleato. non corre veloce, ti aspetta. non ha fretta di scorrere, non ce n’è ha bisogno. aspetta che tu, occidentale che vuole redimersi dai peccati dei suoi avi, ti confonda in quella bizzarra realtà, dove c’è poco pane ma la gente non muore di fame, dove l’acqua potabile non si trova né al baracchino della pepsi, né a quello della coca cola, dove gli uomini si danno la mano mentre assistono all’esecuzione di un gay, dove ci sono più ospedali che dottori, più malati che farmaci, più giovani che vecchi, dove le api fanno il miele prima di pungere. una terra lontana da paragoni, perché superflui, inadatti, storpiati da km di distanza e da anni luce di progresso. parola tanto lungimirante quanto ambigua quest’ultima, ricca di significati celati e di una potenza corrosiva. un concetto che sta distruggendo le civiltà (autodefinite) più evolute, e sta inquinando le regioni ancora pure, primitive, vergini. non c’è bisogno là di progresso, non c’è bisogno di nulla che viene dal di fuori di quei paradisi naturali. non serve costruire ospedali, perché mancheranno medici, farmaci, strumenti, perché finirebbe per diventare un deposito di autobus mandando così in fumo i sogni di redenzione di generosi occidentali opportunisti. il punto è che questo fantomatico progresso non può essere esportato, dev’essere, al massimo, perseguito. al fine magari di costruire un ospedale per curare i malati, invece di uno che li fa morire dignitosamente. quanto ingenuo cinismo e quanto è profonda la superficialità. ma ciò crea un legame che si instaura, senza preavvisi, con la realtà circostante, così si ha voglia di viverla, vederla, raccontarla, sia essa triste o sconvolgente ma non per questo affascinante e meravigliosa. e in questo l’africa ti aiuta a comprenderlo. ma purtroppo il paragone con quella realtà da cui provieni è inevitabile, e così il tutto si dipinge di una tonalità scura che non rispecchia più il sole. un consiglio, se non ci si può trasferire, è di vivere un’esperienza del genere nel modo più semplice. senza pretese, senza obiettivi e, per quanto possibile, senza pregiudizi. allora si può cominciare a vivere in pieno il continente, cosiddetto, nero. dove le banane possono diventare un primo, se fritte, o un dolce, se cotte. dove i bambini vogliono sempre qualcuno con cui giocare, e non qualcosa con cui giocare. dove le persone non hanno schifo a stare così vicine da toccarsi. dove si può fare musica senza strumenti, dove le scimmie non sono in gabbia, dove la parola traffico non è ancora entrata nel vocabolario. una realtà così bella che i ricchi e invidiosi occidentali han voluto inquinare. e così scopri che avere un cellulare è un status symbol, così come la macchina, e non ti sorprendi di sentire telefonini squillare e suonare tutto il giorno, così come non ti stupisce l’autista con la mano fissa sul clacson nonostante davanti non abbia nessuno. alti e bassi che concorrono, dalle sponde del lago malawi fino ai grossi fusti dei baobab. alti e bassi che scendono dal kilimangiaro sino alle riserve d’animali, dove questi vivono come se nulla fosse, come se nessuno fosse mai andato a rovinare quel perfetto ecosistema, come se, fossero liberi. tutto ciò di cui avrebbe bisogno questo popolo è essere lasciato libero, appunto, dai wazungu (in swahili, uomo bianco). libero di sbagliare, danneggiarsi, imparare e migliorarsi. senza i nostri assistenzialismi utili solo a lavarsi la coscienza. perché “l’età del ferro non è finita quando non c’era più il ferro”. ma quando hanno scoperto e soprattutto capito che si poteva andare oltre. e tutto ciò implica una coscienza collettiva che può essere solo autoprodotta e automantenuta. questo il motivo per cui il mzungu deve starsene nel suo bel continente inquinato di cibi sfiziosi, tecnologie all’avanguardia e di pillole per il mal di testa sempre più efficaci. dove un bambino vivace rischia il tranquillante, una donna stressata l’ansiolitico e l’anziano demoralizzato l’antidepressivo. dove senza la macchina non ti muovi, senza lavoro non vivi e senza problemi non si è felici. dove prima di fare figli controlli il conto in banca, dove l’herpes è una disgrazia e il cellulare rotto una catastrofe. non è possibile spiegare la bellezza della povertà, l’intrinseca forza che inietta in chi la vive. a maggior ragione da uno che la povertà l’ha vista distorta in qualche bel film. è possibile però percepire come la forza del gruppo sia più forte della carestia, della siccità. dove se un giorno ti manca il pane, avrai la coda di gente che ti offrirà un pasto, a discapito della loro stessa pienezza. dove se necessiti di un passaggio basta fare un segnale e qualcuno si fermerà, a discapito della sua stessa comodità. dove se non hai la casa, qualcuno ti aiuterà a costruirla, a discapito della costruzione del suo stesso tetto. una realtà tanto sociale, quanto umana. un po’ come il nostro bel paese, dove uno sconosciuto implica sospetto, fare l’elemosina un atto vergognoso, chiedere aiuto una forma di disperazione e dove, infine, un bambino di colore perde la sua fanciullezza a discapito di una denigrazione quasi scontata, di certo, mai negata. e ora ditemi, se questo è un mondo..
da il blog di Andrea: http://unsilenzioassordante.bloog.it/
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