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mercoledì 16 gennaio 2013

Dopo un anno ... poche convinzioni?!


di Matilde Ner

Cari amici,
vi salutano tutti. Alla notizia del mio ritorno in Italia qualsiasi tanzaniano mi si è pregato di salutarvi.
Quindi vi saluta lo scaltro commerciante di stoffe zanzibarino, l’infermiere Jacob, il medico farabutto, il maestro generoso, la prostituta e la santa, l’affannata venditrice di foglie di thè, la sarta paziente, il vecchio venditore di melanzane col cappello grigio, il carbonaio, Guerino il Boss di Nyololo, il contadino, chi raccoglie il mais e chi lo stocca.
In quest’anno sono stata travolta dai sentimenti più variegati come chiunque e ovunque, dall’insofferenza alla gioia di essere qui, dalla convinzione allo smarrimento, mi sono arrabbiata e  emozionata nel giro di un’ora per la stessa cosa, e durante tutto ciò ho subito una lenta, e chissà se reversibile, tanzanizzazione.
Quindi mi sono ritrovata a indossare un cappellino di lana in una giornata vagamente fresca, indifferente davanti ad un autobus già in ritardo che buca nel mezzo del nulla, a cadere in una specie di stato di trance durante interminabili viaggi in dala dala per evadere il caldo e la polvere, a dire indifferentemente Nyololo o Nyororo (qui le erre e le elle sono interscambiabili), e un paio di volte ho accettato la morte come parte organica della vita.
Certe cose che ho trovato al mio arrivo inaccettabili le ho trovate poi normali o addirittura giuste capendo che a volte forse sono le circostanze che fanno gli uomini.
E così, una volta in Italia dovrò ricordarmi che il pesce non si può sempre mangiare con le mani, che non si entra in 8 su un taxi, che essere in fila ha un senso e che certe cose a tavola, in Occidente, non si possono fare.
Quest’anno ho avuto alcune rinunce che a volte mi sono pesate e solo adesso capisco che tutto ciò che mi è mancato è stato ampiamente ripagato da privilegi unici. Eccone alcuni. 
Avere per una sola notte un cortile pieno di lucciole, trovare qualcuno a cui poter rivelare il mio essere agnostica sapendo che non sarei stata giudicata nonostante il non avere una religione, qui, è considerata un’anomalia, lasciarmi spiegare da una donna masai perché a volte una sposa desidera che il marito abbia un'altra moglie, provare attrazione e paura davanti ad una natura lussureggiante e vibrante.
E poi, scoprire divertita che come per noi loro sono un po’ tutti uguali, per noi loro siamo lo stesso e io posso essere Eleonora, Patti o Daniela indifferentemente. Nuotare in una cascata ai piedi del Kilimanjaro, sentirmi dire con convinzione e ammirazione che fino a cinquanta anni fa ichaga, tribù del nord, più longevi arrivavano anche fino ai 130 anni, assistere a dei miracoli tra cui Grace una bimba ustionata, rimasta ossa e un po’ di carne fresca e poi abbandonata a marcire e poi trovata e accudita da una sconosciuta che la ama e quindi basta, è abbastanza, guarirà.
Aver vissuto in un contesto che mi ha permesso di superare in parte alcune mie paure:
-gli insetti, ora so uccidere una blatta;
-le tenebre, so passeggiare in un sentiero buio pesto senza avere il batticuore;
-il fuoco, so accendere quel normalissimo forno con un fiammifero!
E ancora altri privilegi, quali, parlare d’amore con un camionista romantico, sapere che i bracciali di rame si puliscono bene con la terra, essere a volte trattata alla pari da un collega, sentire il sapore del vento di Nyololo da quanto l’aria è pulita, essere invitata da un’altra donna a pitturarmi le unghie dei piedi di rosso carminio per aumentare la mia sensualità, imparare da un bambino che con una mano si può contare oltre al 5, ben fino al 14, grazie alle falangi.
Scoprire che in swahili materassi si dice magodoro, parlare di AIDS su una barca affollata sul lago Tanganika e rispondere a domande che nessuno di solito osa chiedere, vedere un varano blu e argento in mezzo ad una città, condividere uno sguardo complice con una sconosciuta davanti ad una messa troppo lunga e un pastore troppo concitato, ubriacarmi di stelle, trovare una macchina da scrivere con un foglio inceppato con su scritto in swahili “Storia della mia vita” e appropriarmi di quel racconto.
 Dopo un anno ho solo poche convinzioni.
La prima è che tutto mondo è paese. Né più ospitali, né più ladri. Né più solidali, né più felici. La realtà socio-economica, geografica rende inevitabilmente le genti diverse ma dopo aver capito che non ha senso confrontare due mondi imparagonabili, il nostro e questo, ho trovato poi sempre e solo l’uomo con le sue debolezze o le virtù, con la sua brama di potere o i suoi gesti di amore sconsiderato.
La seconda è che sono ignorantissima e la realtà che ci è dato cogliere non è che parziale e provvisoria, è tutto così complesso per essere semplificato in bene e male e che spesso orrore e meraviglia stanno appiccicati. E che certe cose non le capirò mai: perché un uomo e una donna non si possono baciare in pubblico ma quando ballano è che come se facessero sesso da vestiti, come mai alcuni indossano le cuffie da piscina per andare in giro, come mai qui ramazzano il suolo con una scopa senza il manico, come mai è così importante continuare a fare tanti figli anche se si è poverissimi, perché Balotelli, Gheddafi e Obama possono essere celebrati su una stessa maglietta poiché considerati tutti e tre eroi africani, ma forse non è necessario capire tutto.
E infine che gli scambi umani sono la cosa più arricchente sulla terra e che ciò che ci arriva dagli altri sono solo doni.
Da questo paese con poche parolacce e gentilezza, buon anno a tutti!
A tra poco!!
Mati

sabato 5 gennaio 2013

èAfrica, concorso sulla Tanzania

Foto e video per raccontare la Tanzania e l’Africa. E’ il concorso èAfrica del Cuamm-Medici con l’Africa.  Partendo dall’ospedale di Tosamaganga, in Tanzania, i partecipanti dovranno usare la loro arte vide – fotografica per mostrare la storia di una o più persone che da quell’ospedale sono passate o che lì lavorano, si curano, aspettano.
Partecipando al contest, giovani artisti fino a 35 anni potranno raccontare l’Africa dei problemi e delle sfide quotidiane, del coraggio di andare avanti e della solidarietà, attraverso un progetto che poi verrà realizzato dai vincitori. In palio una masterclass in Tanzania. Scade il 15 marzo 2013.

Bando integrale
Raccontateci una storia, cercatela in un luogo lontano, dove la terra è rossa e l’orizzonte pare infinito. Tutto ha inizio lì, a Tosamaganga, nel distretto di Iringa in Tanzania, all’interno di un piccolo ospedale. Anche in un posto così, con soli 200 letti e persone che vanno e vengono, si celano infinite storie. A voi raccontarci l’Africa che si incontra a partire da quel piccolo centro di salute, dove qualcuno se ne va, altri ricevono il benvenuto al mondo.
Da questo stesso luogo si dipaneranno le storie, come fili diversi di un unico gomitolo. Cinque di queste storie diventeranno poi un progetto multimediale reale: i cinque artisti selezionati infatti saranno invitati a partecipare al masterclass condotto dal fotografo Enrico Bossan in Tanzania, dove trasformeranno le storie in progetti multimediali reali.

Perché
Raccontare l’Africa e sensibilizzare il pubblico europeo su un continente grande e fragile è da sempre tra le priorità di Medici con l’Africa Cuamm. Per far questo la ong si avvale spesso della collaborazione di artisti e professionisti, che attraverso la propria arte interpretano e danno voce ai progetti di intervento, alle persone e agli obiettivi dell’organizzazione.
Proprio in questo quadro, nel 2003 era nato il progetto èAfrica con il fotografo Enrico Bossan, con l’intento di restituire l’immagine di un’Africa inedita, sorprendente, problematica, vitale. Esercizio di lettura e di ascolto, il progetto ha creato uno spazio aperto al racconto che l’Africa in mille modi fa di se stessa attraverso un percorso di 100 scatti a colori per comunicare realtà e dimensioni poco esplorate.
Con questo stesso scopo si è deciso di creare una nuova iniziativa in cui affidare il racconto di Medici con l’Africa Cuamm a giovani artisti, guidati da Enrico Bossan, scopritore di talenti e direttore artistico del progetto. La masterclass intende così fornire le linee guida fondamentali per sviluppare un’idea e trasformarla in progetto fotografico o multimediale, avvicinando i giovani artisti al linguaggio del racconto di contesti difficili, in cui imparare a raccontare una realtà complessa con il proprio codice espressivo.

Sezioni del concorso
Il concorso si compone di due sezioni: video e fotografia. Verranno selezionati due video artisti e tre fotografi.
Ogni artista può candidarsi solo in una delle due sezioni e deve presentare un progetto creativo in cui descrive ciò che intende realizzare, con video o fotografia.
Il progetto deve avere come punto di partenza l’ospedale di Tosamaganga, in Tanzania e da lì svolgersi, all’interno o all’esterno dell’ospedale, raccontando la storia di una o più persone che da quell’ospedale sono passate o che lì lavorano, si curano, aspettano.
Tema privilegiato sarà appunto il racconto di chi vive una realtà spesso invisibile, lontana dai riflettori, dove già raggiungere l’ospedale può rivelarsi un’impresa, per le distanze tra villaggi e centro di salute, ma anche per le barriere culturali che spesso fanno preferire altre forme di cura. I trasporti, la scuola, la casa, il cibo, l’acqua, il lavoro, la maternità e il parto sono grandi aree critiche per chi vive in regioni dell’Africa sub-sahariana e possono avere un impatto forte anche sulla salute.
Chiediamo agli artisti quindi di indagare questa realtà, di scovare storie originali e raccontarcele con la propria arte.

Come partecipare
Per partecipare ogni artista deve proporre:
-il proprio portfolio, composto da almeno un video per chi si candida nella sezione relativa e da un progetto fotografico tematico composto da almeno 20 scatti per chi si candida nella sezione fotografia.
-il proprio curriculum vitae;
-il modulo di partecipazione compilato e firmato;
-un progetto creativo che descriva ciò che si vuole realizzare sul campo (il progetto va scritto sul modulo allegato, deve avere un titolo e un’idea progettuale espressa in massimo 2000 battute spazi inclusi).
I materiali vanno inviati a Medici con l’Africa Cuamm come indicato nel sito
www.mediciconlafricacuamm.org/contest (oppure www.doctorswithafricacuamm.org/contest).
Il termine per la consegna è: venerdì 15 marzo 2013, ore 12.

Chi può partecipare
Il contest è aperto a giovani artisti dai 18 ai 35 anni con cittadinanza europea e con conoscenza della lingua inglese.
Tra tutti gli artisti partecipanti ne verranno selezionati 5, 2 per l’area video e 3 per l’area fotografia.
La selezione terrà conto dei seguenti criteri:
-qualità del portfolio presentato (6 punti);
-qualità creativa del progetto presentato (2 punti);
-sintonia del progetto presentato con i valori e l’immagine di Medici con l’Africa Cuamm (2 punti).

La selezione verrà effettuata nella sede di Medici con l’Africa Cuamm entro il 29 marzo 2013 da una giuria composta da Enrico Bossan (direttore artistico), Anna Talami (Medici con l’Africa Cuamm), Chiara Di Benedetto(Medici con l’Africa Cuamm).
La giuria nominerà 2 vincitori nella categoria video e 3 vincitori nella categoria fotografia e altrettante riserve.
Verranno selezionati al massimo due artisti di uno stesso paese.
Le decisioni della giuria sono insindacabili e inoppugnabili.
I vincitori saranno contattati ai recapiti indicati nel modulo di partecipazione sia via e-mail sia via raccomandata A/R.

Premio del concorso
I 5 artisti selezionati avranno la possibilità di partecipare a un masterclass in Tanzania in cui perfezionare il proprio progetto e realizzare un prodotto multimediale con il supporto di un direttore artistico senior (Enrico Bossan); il workshop si terrà a Tosamaganga e prevede 5 giornate di formazione e realizzazione del proprio progetto artistico, a partire dall’analisi e discussione dell’idea fino alla realizzazione vera e propria. A ogni artista verrà offerto assicurazione, visto e volo con partenza dalla capitale del proprio Paese a Dar, città principale della Tanzania. Il viaggio durerà complessivamente 8 giorni (3 di viaggio e spostamenti, 5 di formazione).
I materiali prodotti durante il masterclass saranno poi rielaborati e perfezionati da Enrico Bossan, con la collaborazione di ogni creativo, per essere presentati in contesti nazionali e internazionali. A ogni artista inoltre verrà dato un attestato di frequenza.

Accettazione
Gli artisti selezionati avranno 10 giorni di tempo dalla ricezione della raccomandata per accettare di prendere parte al progetto. Per accettare dovranno compilare e firmare il modulo che verrà loro spedito.
Se entro 10 giorni un artista non accetterà, subentrerà al suo posto l’artista classificato alla posizione successiva della stessa categoria. Quest’ultimo avrà 7 giorni per accettare dal momento in cui riceverà la raccomandata.
Per partire l’artista dovrà portare la propria strumentazione.

Agenda
Venerdi 15 marzo 2013 – ore 12: termine per l’iscrizione al concorso. Entro questa data vanno consegnati i materiali per partecipare.
Entro Venerdi 29 marzo 2013: la giuria identificherà 5 artisti selezionati (2 per l’area video, 3 per l’area fotografia) e comunicherà loro di essere stati selezionati.
Entro il 13 aprile 2013: gli artisti selezionati devono accettare di prendere parte al progetto e quindi partire per la Tanzania. In caso di mancata accettazione, verranno ripescati gli artisti classificati nelle posizioni successive e ognuno di loro verrà contattato e avrà una settimana di tempo per accettare.
Maggio 2013: missione di 8 giorni in Tanzania, a Tosamaganga, per realizzare il progetto. Le date esatte della missione verranno confermate solo dopo la selezione degli artisti vincitori. Si garantisce un preavviso di almeno 1 mese.
Da giugno 2013 a settembre 2013: fase di post-produzione coordinata dal direttore artistico con il supporto dei giovani artisti
Ottobre 2013/dicembre 2013: presentazione dei progetti realizzati in varie sedi in via di programmazione.

Uso delle opere selezionate:
I video e i progetti fotografici realizzati rimangono di proprietà dell’artista ma potranno essere utilizzati, a titolo gratuito e in perpetuo, da Medici con l’Africa Cuamm per le proprie attività di comunicazione istituzionale, fatto salvo l’obbligo di citare sempre il nome dell’autore.
La partecipazione al concorso implica, da parte del partecipante, l’accettazione incondizionata del presente regolamento. Per qualunque controversia sarà competente il foro di Padova.
Medici con l’Africa Cuamm
Medici con l’Africa Cuamm è la prima ong in campo sanitario riconosciuta in Italia e la più grande organizzazione italiana per la promozione e la tutela della salute delle popolazioni africane.
Realizza progetti a lungo termine in un’ottica di sviluppo, intervenendo con questo approccio anche in situazioni di emergenza, per garantire servizi di qualità accessibili a tutti.
Da sempre attivo nella sensibilizzazione, Medici con l’Africa Cuamm promuove il concorso “èAfrica” alla ricerca di nuovi linguaggi per interpretare la propria identità e descriverne attraverso nuove forme artistiche il proprio campo di intervento. I prodotti che verranno realizzati nel corso del progetto verranno infatti utilizzati per  campagne della ong e gli artisti verranno tenuti in considerazione.
Il concorso è realizzato con il sostegno della Comunità Europea nella cornice del progetto Equal opportunities for health: action for development”.
Enrico Bossan
Fotoreporter e direttore artistico, è stato critico artistico di festival internazionali come lo Huston Photo Fest, il PhotoEspana, Le Recontres d’Arles, Moscow Portfolio Reviews e giurato in premi come il Pictet Award, Descubrimientos di PhotoEspaña e del Premio FFF di Fabrica and Forma, del quale è stato anche il fondatore.
Come direttore artistico ha collaborato con il New York Photo Festival 2011 e dal 2005 è direttore del dipartimento fotografica a Fabrica e direttore editoriale del Magazine Colors. Dal 1998 inoltre collabora con Medici con l’Africa Cuamm con cui ha sviluppato progetti fotografici, espositivi e editoriali di comunicazione sociale.

Per informazionicontest@cuamm.org

sabato 29 dicembre 2012

Il gas della Tanzania

di Davide Matteucci
(fonte www.agienergia.it) 

Nel corso degli ultimi mesi, numerose ed importanti scoperte di idrocarburi si sono susseguite lungo il versante orientale del continente africano. L’area sembra destinata ad emergere quale nuova fonte di approvvigionamento energetico, affiancando il Nord Africa e l’Africa Occidentale nel panorama continentale. Un recente studio della Us Geological Survey conferma questa ipotesi: le quattro province geologiche corrispondenti alle coste di Kenya, Tanzania, Mozambico, Madagascar e alle isole Seychelles custodirebbero 441 trilioni di piedi cubi (tcf) di gas naturale e 27 miliardi di barili di petrolio, non ancora scoperti, ma tecnologicamente accessibili1.
Sono state soprattutto le ingenti quantità di gas rinvenute nel tratto di mare antistante la costa meridionale della Tanzania e quella settentrionale del Mozambico a suscitare l’entusiasmo degli operatori del settore. Le maggiori scoperte sono avvenute nelle acque territoriali dell’ex colonia portoghese (grazie ai successi ottenuti da Eni e dall’americana Anadarko), ma anche il volume delle riserve di gas della Tanzania è aumentato considerevolmente nel corso del 2012: a febbraio la norvegese Statoil, in partnership con l’americana ExxonMobil, ha accertato la presenza  di circa 5 tcf nell’unico blocco di sua competenza, ai quali si sono aggiunti altri 3 tcf lo scorso giugno; anche le inglesi Bg Group e Ophir Energy, operative in joint venture in tre blocchi, sono state protagoniste di una serie di importanti scoperte, per un totale di circa 11 tcf. Oltre alle quattro multinazionali appena citate, in Tanzania sono presenti altre quattordici compagnie, tra le quali vale la pena di ricordare le inglesi Aminex e Solo Oil, la brasiliana Petrobras e la canadese Orca Exploration. Discorso a parte merita la Shell, i cui diritti di esplorazione si concentrano in una zona oggetto di un conflitto di attribuzione tra Dar es Salaam e l’arcipelago semiautonomo di Zanzibar, che blocca l’attività del colosso anglo-olandese.
 Le principali scoperte di gas realizzate in Tanzania e Mozambico

Fonte: nostre rielaborazioni su dati Financial Times


Dopo i recenti ritrovamenti, le riserve di gas naturale della Tanzania hanno raggiunto i 33 tcf,  secondo il dato riferito nell’ottobre 2012 dal ministero dell’energia e dei minerali del paese africano2 . Si tratta di una abbondanza di risorse i cui futuri profitti sono in grado di sostenere a rialzo gli alti tassi di crescita economica registrati negli ultimi anni (Ernst & Young ha di recente collocato la Tanzania al quinto posto tra le economie che cresceranno più velocemente da qui al 2015, con un incremento medio annuo del 7.2%3 ).
I nuovi giacimenti sono situati in acque non molto profonde, a poca distanza dalla costa e presentano rocce di copertura dall’elevata porosità e permeabilità. Si tratta di caratteristiche che riducono i costi di estrazione e trasporto e che assicurano ampie possibilità di stoccaggio. La posizione geografica, rende inoltre le risorse della regione particolarmente appetibili per i mercati asiatici, la cui domanda di gas naturale liquefatto è in forte crescita. 
Questo scenario, a cui si deve aggiungere il buon livello di stabilità politica del paese, attrae capitali dall’estero: secondo la banca africana Ecobank, nei prossimi 12 mesi in Africa Orientale affluiranno investimenti per 994 milioni di dollari. In Tanzania, le multinazionali puntano soprattutto a realizzare impianti per la liquefazione del gas, con l’obiettivo di avviare l’esportazione di Gnl:  il 2 ottobre 2012, la società americana Kbr ha comunicato di essere stata scelta dalla Statoil per effettuare uno studio di fattibilità; la Bg Group è invece già certa della viabilità commerciale dell’operazione, ipotizzando la costruzione di uno stabilimento con una capacità produttiva di 6,6 tonnellate all’anno (Mt/yr). Secondo i media locali, le due società potrebbero unire gli sforzi nella realizzazione di un unico progetto.

Sono poi molte le compagnie internazionali non ancora presenti nel ricco offshore tanzaniano, ma desiderose di  entrarvi nel breve periodo. I soggetti interessati ad acquisire diritti di esplorazione, dovranno tuttavia attendere l’approvazione della  nuova legge con la quale il parlamento si propone di regolamentare il settore. Il tema è attualmente al centro di un acceso dibattito interno, che ha già provocato il rinvio del round per l’assegnazione di nuove licenze, in programma lo scorso settembre. Il prossimo quadro normativo dovrà stabilire le modalità di assegnazione dei futuri contratti e i meccanismi attraverso cui il governo raccoglierà tasse e royalties. Le attuali norme risalgono al 1980 e sono giudicate penalizzanti nei confronti dello Stato, soprattutto dopo le recenti scoperte. 
Oltre alla ristrutturazione della compagnia nazionale (la Tanzania Petroleum Development Corporation - TPDC), è in fase di studio la costituzione di un fondo sovrano in grado di assicurare maggiore trasparenza nella gestione dei profitti derivanti dalle attività di estrazione. L’obiettivo è di evitare che l’improvvisa ricchezza di risorse produca un peggioramento della governance senza portare alcun beneficio alla maggioranza della popolazione, come già è accaduto in molti paesi africani.

La questione suscita però la preoccupazione degli operatori del settore, timorosi che la nuova legge colpisca i loro interessi, rallentando gli investimenti. Il governo ha peraltro comunicato che anche i  contratti attualmente in essere saranno sottoposti a revisione, lasciando presagire la nascita di contenziosi con le multinazionali, come quelli in corso in Uganda e in Kenya. I tempi necessari affinché i nuovi depositi entrino in produzione, risentiranno anche delle gravi carenze infrastrutturali che affliggono il paese e della pressoché totale assenza di manodopera specializzata: le stime più ottimistiche non prevedono l’avvio delle esportazioni prima del 2018.

In questo quadro, è significativa l’intenzione del governo di destinare una parte consistente delle risorse al mercato interno. La costruzione di un gasdotto che collegherà i campi onshore di Mnazi Bay (situati nella regione meridionale di Mtwara) alla capitale Dar es Salaam, lungo un percorso di 532 km, segue questa direttiva. Il gas sarà infatti utilizzato per produrre elettricità in quantità sufficiente ad alleviare la cronica mancanza di energia che impedisce lo sviluppo del paese. Questo progetto, i cui lavori sono partiti lo scorso 8 novembre,  è in larga parte finanziato dai cinesi della Exim Bank.


* Analista di questioni africane, collabora con Osservatorio Analitico



1 Us Geological Survey, Assessment of Undiscovered Oil and Gas Resources of Four East Africa Geologic Provinces, http://pubs.usgs.gov/fs/2012/3039/contents/FS12-3039.pdf , aprile 2012.
2Ministry of Energy and Minerals of Tanzania, The Natural Gas Policy of Tanzania, http://www.mem.go.tz/wp-content/uploads/2012/11/Natural-Gas-Policy-Draft-Management-MEM-29-October-2012.pdf , ottobre 2012.

3Ernst & Young, Building bridges Ernst & Young's 2012 attractiveness survey, http://emergingmarkets.ey.com/wp-content/uploads/downloads/2012/05/attractiveness_2012_africa_v16.pdf , febbraio 2012

giovedì 22 novembre 2012

Il viaggio è solo all'inizio


di Maurizio Gino Morandini

Due mesi. Un lasso di tempo relativamente breve per poter azzardare anche solo qualche parziale giudizio su un Paese diverso dal proprio, però forse sufficiente per iniziare ad annusarne l’aria, a tastarne gli umori, a gustarne i primi titubanti bocconi. Non è sufficiente viaggiare per conoscere il mondo; se non si ha il coraggio di spogliarsi dei propri schemi mentali, delle incrostazioni culturali che rendono miopi, si potranno al più collezionare immagini esotiche e strambi ricordi da raccontare ad amici e parenti una volta tornati tra i rassicuranti confini natii. Porsi in silenzioso ascolto, mettersi in disparte e osservare discreti, senza lasciarsi abbindolare dalle abitudini note, che prepotenti premono per riemergere dall’angolo in cui son state relegate; cercare di entrare in relazione paritaria con chi si ha di fronte, provare a comprenderne gli usi, i costumi, i modi di dire e di agire, cominciare a sondarne mentalità e cultura, stupito ma non ingenuo esploratore: è forse questa la strada migliore per far fruttare la possibilità di viaggiare, di spostarsi, di migrare. Questa, almeno, è la via che ho intrapreso giungendo a Ilembula, Tanzania, il 20 settembre scorso; potrebbe essere errata, non credendo esista il valore assoluto di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ma ho deciso di percorrerla speranzoso, convinto di ricavare soddisfazione e insegnamenti preziosi lungo il cammino. Fino ad ora sono due le cose che mi hanno colpito maggiormente, e portano nomi irresistibili: allegria e serenità. L’allegria è contagiosa: le persone, pur con il carico di fatica che l’esistenza ha dato loro, sembrano sempre contente, lavorano con leggerezza, salutano con il sorriso sulle labbra; non è per nulla complicato lasciarsi trascinare, coinvolgere da questa gaiezza che risveglia la voce dell’infanzia, spesso oscurata dalle esigenze del diventare grandi. Mi piace sostare e ammirare il riso spontaneo che nasce nell’incontro con l’altro, amico od estraneo che sia, mentre in altri luoghi l’altro spaventa, fa paura perché costringe a confrontarsi con se stessi, a riconoscere il proprio volto nel volto di chi si ha di fronte. Non si tratta di semplice accoglienza o di disponibilità, è mancanza di barriere, di steccati che dividono, che proteggono l’io dagli altri. In me rimane la consapevolezza di essere un mzungu, uno straniero dalla pelle bianca, e ciò è una costante che non potrà mai scomparire. Tuttavia, questo essere straniero non comporta un’alterità spiccatamente marcata come accade invece spesso in situazioni capovolte; qui è possibile sentire a fondo l’appartenenza all’unica grande famiglia che ci rende tutti fratelli. La serenità, poi, è forse la caratteristica che più ho apprezzato, ritrovandola in dosi talmente massicce da non credere potesse esistere una tranquillità siffatta. I ritmi a cui ci costringe, e ci abitua, la nostra società sono talmente rapidi e frenetici che risulta quasi impossibile ritagliarsi gli spazi necessari per potersi distendere e rilassare; le attività che si affrontano quotidianamente sono foriere di un’alta quantità di stress, perché intrise di imperativi contrari al benessere psicofisico dell’essere umano: efficienza, efficacia, velocità, competitività, accanita difesa dello status acquisito, volontà di rapida risalita della scala sociale. In Tanzania, osservando la gente mentre compie i propri riti quotidiani, mentre lavora, cucina, chiacchiera o commercia, ci si accorge che nulla si trova sotto la mannaia della fretta; si adempie alle proprie faccende con calma e distensione, senza frenesia. Non pare esserci quella spasmodica attesa di qualcosa di là da venire, che nell’opulento Occidente lascia un pertugio di insoddisfazione nelle nostre menti, sempre tese verso nuovi obiettivi, verso scopi futuri, suggerendo che, forse, si ama più il desiderio in sé che la cosa desiderata: insoddisfatti, mai appagati, cerchiamo di colmare il vuoto dei sentimenti riempiendoci di oggetti da possedere, mete da raggiungere, posizioni da conquistare. Nei tanzaniani colgo invece una profonda serenità nei confronti della propria esistenza, una serenità che permette di gustare ogni giorno, ogni ora, ogni attimo vissuto, sorta di carpe diem africano, che aiuta ad affrontare con animo lieto e fortificato gli accidenti, le perdite, gli imprevisti, anche i più dolorosi. Può benissimo darsi che questa linea di lettura sia dettata più dai miei stereotipi e dai miei bisogni nascosti; può essere che la chiave di interpretazione utilizzata in questa breve analisi sia completamente fallace, e non condivisibile da chi conosce maggiormente questa realtà. Nonostante questo, sono felice di trovarmi a Ilembula e di respirare quest’aria, riempiendomi i polmoni di allegria e serenità come da tempo non accadeva. Se poi mi sarò soltanto illuso, sarà comunque un’illusione da cui sarà dolce lasciarsi cullare, almeno fino al momento in cui il velo verrà squarciato e la realtà mi apparirà nelle sue tristi vesti. Il viaggio è solo all’inizio, le acque sono ancora immote e il vento soffia fresco e leggero, mentre in lontananza mi attrae l’ipnotica nenia di affascinanti sirene

mercoledì 7 novembre 2012

Trent’anni per una storia di pace

Nel 2013 saranno Trenta gli anni di fondazione del CO.P.E.-Cooperazione Paesi Emergenti, ONG catanese che opera in Africa e America Latina: trent’anni viaggiando in Tanzania, Guinea Equatoriale, Guinea Bissau, Angola, Tunisia, Madagascar e Perù; trent’anni trascorsi insieme alle popolazioni di questi paesi che vivono da sempre in povertà, senza la sicurezza di uno stato sociale che permetta loro di vivere in condizioni dignitose, senza opportunità di lavoro e di riscatto.
La nostra ONG intende avviare un percorso che ci porterà a riflettere sui progetti realizzati ma anche su tutto ciò che ancora c’è da fare: Trent’anni per una storia di pace, un incontro pubblico aperto a tutti sarà il primo passo di questo percorso!!!

Sabato 10 Novembre, dalle 10 alle 18, presso Palazzo della Cultura a Catania, racconteremo e ripercorreremo insieme a volontari e amici il nostro percorso tra estero e Italia, il nostro impegno nei paesi in cui siamo presenti ma anche la nostra presenza nelle scuole regionali, le collaborazioni con enti locali e associazioni del territorio attraverso foto e video. Inoltre, presenteremo l’anteprima del calendario CO.P.E. 2013 dedicato alla Guinea Bissau e al trentesimo!

La giornata del 10 novembre si inserisce nella cornice di “Sicilia Musica Estate – MED in FEST”, in programma dall’8 all’11 Novembre, a Catania, tra Piazza Bellini, Via Teatro Massimo e il Palazzo Platamone con un programma culturale e musicale ricco di appuntamenti importanti e durante il quale avremo uno stand in via Teatro Massimo per tutta la durata del festival! La manifestazione è dedicata al Mediterraneo ed alle sue peculiarità culturali, siano esse legate all’arte, alla musica ed ai sapori, alle produzioni artigianali ed è organizzata dall’Associazione Culturale Quetic.

Inoltre, DOMENICA 11 NOVEMBRE, dalle 9 alle 14, saremo al Monastero dei Benedettini per la FeraBio di Novembre e presenteremo anche lì il nostro nuovo calendario!
Vi aspettiamo!

Il CO.P.E. inoltre, ha in programma altri appuntamenti per far conoscere le proprie attività e coinvolgere la cittadinanza in tematiche riguardanti lo sviluppo sostenibile, l’integrazione fra culture diverse e il sostegno ai progetti.
 
Per info e contatti: CO.P.E., via Crociferi n. 38, Catania, tel:095-317390;
sito: www.cope.it

lunedì 5 novembre 2012

Compagnia la Giostra

Cari connazionali,

anche quest’anno  l’Ambasciata d’Italia ha deciso di organizzare un evento musicale di beneficienza ed il gruppo prescelto e’  la Compagnia La Giostra,  composto da tre artisti che si occupano di ricerca, recupero e diffusione della musica antica ed etnico-popolare siciliana e mediterranea.

Dopo il concerto saro’ lieto di offrirVi una cena a base di prodotti tipici siciliani che sara’ preparata da un cuoco all’uopo invitato dall’Italia, lo chef Gaetano Billeci, membro dell’Accademia della Cucina siciliana.

I proventi della vendita dei biglietti saranno destinati alla Missione di Ismani (regione di Iringa), gestita da religiosi provenienti dall’Arcidiocesi di Agrigento impegnati in progetti sociali a favore degli anziani e degli orfani, che sono tanti a causa della diffusione in quella zona dell’infezione da HIV.

Dato la finalita’ caritatevole, Vi saro’ grato se vorrete partecipare e diffondere l’invito fra i Vostri amici  e conoscenti.

I biglietti sono immediatamente disponibili presso quest’Ambasciata al prezzo di 80.000 Tsh. e possono essere prenotati telefonando al numero 2117369, oppure al 2123010/11  ext. 110.

Certo che apprezzerete la qualita’ della musica e la bonta’ della cucina, Vi aspetto numerosi  alla mia Residenza  la sera di venerdi’ 23 novembre alle ore  19.30.

I piu’ cordiali saluti,

Pierluigi Velardi

mercoledì 17 ottobre 2012

Il laterizio nella savana


di Ignazio Caruso

le nuove costruzioni in Tanzania tendono a ripetere schemi che vanno consolidandosi col tempo: una costruzione considerata moderna sembra non poter prescindere dall’avere una complessa copertura in lamiera su un unico piano fuori terra, realizzato in mattoni nascosti da un intonaco cementizio. Le case tradizionali erano sempre state realizzate in terra cruda con una copertura in paglia, poi in mattoni crudi eventualmente protetti da un intonaco in terra. Oggi non si può ignorare la diffusa volontà di imitare le tipologie in cemento armato dei paesi industrializzati e, in attesa che il costo del calcestruzzo divenga più accessibile, si preferisce ricrearne l’aspetto nascondendo i laterizi sotto una coltre di cemento.
In un villaggio nella provincia di Njombe si è cercato di invertire la tendenza: Wanging’ombe si trova nella regione di Iringa, a sud-ovest della Tanzania, posto nella savana tagliata dall’unica strada asfaltata che collega la città Mbeya e lo stato del Malawi a Dar es Salaam, la capitale economica situata a circa 1000 km di distanza. I suoi 15 mila abitanti sono dispersi su un’area immensa, senza veri e propri collegamenti stradali, e l’agglomerato più consistente di case è sulla strada carrabile. Poco distante da questa padre Tarcisio Moreschi, un prete italiano da più di trent’anni in Africa, ha immaginato l’inserimento di un centro di riabilitazione post-operatoria per i bambini disabili della regione, molto numerosi e spesso abbandonati – insieme alle loro famiglie – sia dal governo che dalla comunità locale.
Per costituire una prima base per un servizio di riabilitazione, che servisse come luogo d’incontro, è stato progettato un centro di aggregazione dei bambini disabili. Questo edificio non voleva differenziarsi troppo dalle costruzioni più tradizionali del villaggio ospite, né essere un anonimo luogo di cura di bambini “diversi” dagli altri e ignorati da tutti, ma doveva invece mostrarsi come un’architettura di cui la comunità potesse andar fiera.
Le più vecchie abitazioni dei Wabena – la tribù locale – sono in terra cruda e si compongono di due grosse e buie stanze, divise da un corridoio; più recentemente si sono trasformate in case in mattoni, crudi o cotti, e da un tetto a due falde in lamiera sui cui lati si trovano coperture ad un singolo spiovente.
Essendo il centro Bethzatha finanziato anche da soldi italiani, gli abitanti di Wanging’ombe si aspettavano che seguisse le mode degli arricchiti locali – con complicati tetti e cemento armato in quantità – ma vi è stata invece la precisa scelta di rivolgersi a forme più tradizionali e riconoscibili, per poter essere percepiti come una inclusione e, allo stesso tempo, una peculiarità del villaggio.
La popolazione ha contribuito alla sua edificazione, sia attraverso feste e aste per ottenere una parte dei fondi richiesti, sia grazie alla manodopera gratuita che ha creato le migliaia di mattoni necessari. Una volta terminata la Stagione delle Grandi Piogge, verso giugno un gruppo di artigiani ha cominciato a raccogliere il fango di un vicino terreno argilloso e l’ha compresso in stampi divisi in tre scomparti, per ricavarne i mattoni da essiccare al sole; appena maneggiabili, questi sono stati impilati a creare dei forni autoportanti dell’altezza di circa quindici file. Prima di cuocerli si sono sigillati con del fango tutti gli interstizi che all’esterno separavano un mattone da quello adiacente, in modo da impedire il passaggio di aria. Infine grossi tronchi hanno riempito l’imboccatura del forno, anch’essa richiusa, in modo da attuare una combustione lenta e senza fiamma per diversi giorni. Il risultato sono mattoni pieni, spesso di dimensioni leggermente diverse, piuttosto friabili, dei quali una buona parte risulta essere troppo cotta e, molte di più, troppo poco. In questi casi i mattoni anneriti – perché bruciati dalle fiamme – vengono usati sulla parte interna della muratura, in modo da non venire a contatto con gli agenti atmosferici ché in breve tempo li degraderebbero; essendo sconsigliabile un uso esterno anche dei mattoni poco cotti, se non protetti da un intonaco, essi vengono posti – insieme ai molti rotti – come base per la gettata di calcestruzzo che viene a costituire il pavimento.
Si è dunque rinunciato ad un rivestimento completo di intonaco preferendo mostrare le superfici tessute con una disposizione gotica dei laterizi (ancora poco usata a livello locale), che sono stati tra loro legati con una malta formata da due parti di sabbia e di terra e da 1/10 di cemento. Al di sotto di questi muri portanti è stata realizzata una fondazione continua composta da blocchi di una locale pietra granitica, posti sopra un letto di sabbia e legati con una malta bastarda di uguali parti di sabbia e di terra stabilizzata con un 10% di cemento e ancora sormontati da un cordolo in calcestruzzo armato. E data l’umidità portata dalle forti piogge stagionali, si è prestata cura nel rendere impermeabili le murature e la pavimentazione del centro grazie a una soluzione a basso costo: ai già citati mattoni rotti, usati come base per la gettata di calcestruzzo, si è infatti aggiunto un telo impermeabile ricavato dall’unione dei sacchi di cemento vuoti, che localmente sono in polipropilene.
La parte dell’edificio più esposta agli agenti atmosferici è stata intonacata e dipinta di arancione e azzurro per venire incontro al gusto locale, così amante dei colori accesi, e alla destinazione d’uso di un edificio pensato principalmente per i bambini: per loro sono anche stati pitturati interni ed esterni con animali in stile tingatinga, scuola artistica tipica della Tanzania.
E ai bambini è stato dedicato uno dei cinque pilastri che reggono il portico, composto di parallelepipedi cavi normalmente usati per realizzare piccole finestre, qui coricati, traslati, armati e riempiti di calcestruzzo per dare più movimento alla struttura. Se quattro pilastri sono identici, ve n’è uno più piccolo, in disparte, che rappresenta bene la loro condizione di disabili all’interno di una società che – più di altre – fatica ad accettarli: ma a differenza degli altri questo è un pilastro colorato di tonalità diverse, e per loro è certamente il più bello, incessantemente impreziosito dalle impronte con le quali i nuovi bambini ospiti firmano l’appartenenza al loro centro.