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mercoledì 16 gennaio 2013

Dopo un anno ... poche convinzioni?!


di Matilde Ner

Cari amici,
vi salutano tutti. Alla notizia del mio ritorno in Italia qualsiasi tanzaniano mi si è pregato di salutarvi.
Quindi vi saluta lo scaltro commerciante di stoffe zanzibarino, l’infermiere Jacob, il medico farabutto, il maestro generoso, la prostituta e la santa, l’affannata venditrice di foglie di thè, la sarta paziente, il vecchio venditore di melanzane col cappello grigio, il carbonaio, Guerino il Boss di Nyololo, il contadino, chi raccoglie il mais e chi lo stocca.
In quest’anno sono stata travolta dai sentimenti più variegati come chiunque e ovunque, dall’insofferenza alla gioia di essere qui, dalla convinzione allo smarrimento, mi sono arrabbiata e  emozionata nel giro di un’ora per la stessa cosa, e durante tutto ciò ho subito una lenta, e chissà se reversibile, tanzanizzazione.
Quindi mi sono ritrovata a indossare un cappellino di lana in una giornata vagamente fresca, indifferente davanti ad un autobus già in ritardo che buca nel mezzo del nulla, a cadere in una specie di stato di trance durante interminabili viaggi in dala dala per evadere il caldo e la polvere, a dire indifferentemente Nyololo o Nyororo (qui le erre e le elle sono interscambiabili), e un paio di volte ho accettato la morte come parte organica della vita.
Certe cose che ho trovato al mio arrivo inaccettabili le ho trovate poi normali o addirittura giuste capendo che a volte forse sono le circostanze che fanno gli uomini.
E così, una volta in Italia dovrò ricordarmi che il pesce non si può sempre mangiare con le mani, che non si entra in 8 su un taxi, che essere in fila ha un senso e che certe cose a tavola, in Occidente, non si possono fare.
Quest’anno ho avuto alcune rinunce che a volte mi sono pesate e solo adesso capisco che tutto ciò che mi è mancato è stato ampiamente ripagato da privilegi unici. Eccone alcuni. 
Avere per una sola notte un cortile pieno di lucciole, trovare qualcuno a cui poter rivelare il mio essere agnostica sapendo che non sarei stata giudicata nonostante il non avere una religione, qui, è considerata un’anomalia, lasciarmi spiegare da una donna masai perché a volte una sposa desidera che il marito abbia un'altra moglie, provare attrazione e paura davanti ad una natura lussureggiante e vibrante.
E poi, scoprire divertita che come per noi loro sono un po’ tutti uguali, per noi loro siamo lo stesso e io posso essere Eleonora, Patti o Daniela indifferentemente. Nuotare in una cascata ai piedi del Kilimanjaro, sentirmi dire con convinzione e ammirazione che fino a cinquanta anni fa ichaga, tribù del nord, più longevi arrivavano anche fino ai 130 anni, assistere a dei miracoli tra cui Grace una bimba ustionata, rimasta ossa e un po’ di carne fresca e poi abbandonata a marcire e poi trovata e accudita da una sconosciuta che la ama e quindi basta, è abbastanza, guarirà.
Aver vissuto in un contesto che mi ha permesso di superare in parte alcune mie paure:
-gli insetti, ora so uccidere una blatta;
-le tenebre, so passeggiare in un sentiero buio pesto senza avere il batticuore;
-il fuoco, so accendere quel normalissimo forno con un fiammifero!
E ancora altri privilegi, quali, parlare d’amore con un camionista romantico, sapere che i bracciali di rame si puliscono bene con la terra, essere a volte trattata alla pari da un collega, sentire il sapore del vento di Nyololo da quanto l’aria è pulita, essere invitata da un’altra donna a pitturarmi le unghie dei piedi di rosso carminio per aumentare la mia sensualità, imparare da un bambino che con una mano si può contare oltre al 5, ben fino al 14, grazie alle falangi.
Scoprire che in swahili materassi si dice magodoro, parlare di AIDS su una barca affollata sul lago Tanganika e rispondere a domande che nessuno di solito osa chiedere, vedere un varano blu e argento in mezzo ad una città, condividere uno sguardo complice con una sconosciuta davanti ad una messa troppo lunga e un pastore troppo concitato, ubriacarmi di stelle, trovare una macchina da scrivere con un foglio inceppato con su scritto in swahili “Storia della mia vita” e appropriarmi di quel racconto.
 Dopo un anno ho solo poche convinzioni.
La prima è che tutto mondo è paese. Né più ospitali, né più ladri. Né più solidali, né più felici. La realtà socio-economica, geografica rende inevitabilmente le genti diverse ma dopo aver capito che non ha senso confrontare due mondi imparagonabili, il nostro e questo, ho trovato poi sempre e solo l’uomo con le sue debolezze o le virtù, con la sua brama di potere o i suoi gesti di amore sconsiderato.
La seconda è che sono ignorantissima e la realtà che ci è dato cogliere non è che parziale e provvisoria, è tutto così complesso per essere semplificato in bene e male e che spesso orrore e meraviglia stanno appiccicati. E che certe cose non le capirò mai: perché un uomo e una donna non si possono baciare in pubblico ma quando ballano è che come se facessero sesso da vestiti, come mai alcuni indossano le cuffie da piscina per andare in giro, come mai qui ramazzano il suolo con una scopa senza il manico, come mai è così importante continuare a fare tanti figli anche se si è poverissimi, perché Balotelli, Gheddafi e Obama possono essere celebrati su una stessa maglietta poiché considerati tutti e tre eroi africani, ma forse non è necessario capire tutto.
E infine che gli scambi umani sono la cosa più arricchente sulla terra e che ciò che ci arriva dagli altri sono solo doni.
Da questo paese con poche parolacce e gentilezza, buon anno a tutti!
A tra poco!!
Mati

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