Sono a Nyololo nella regione di Iringa! Ho trascorso le prime tre settimane a Dar Es Salaam per il corso di Swahili che svelò già qualcosa della cultura locale. Per esempio, non esiste il verso “avere” quindi tradotto da “essere con”; l’uomo si sposa, la donna è sposata; data in passato la mancanza di orologi la prima ora corrispondeva alle sette del mattino, le cinque tanzaniane erano le 11 italiane, e tutt’ora vige questa specie di fuso orario (di sei ore) rispetto all’orario interpretato in Occidente! La mail è barua pepe, lettera del vento, il peperoncino pilipili e il peperone pilipilihoho. Le importazioni dall’inglese creano ortografie bizzarre come: machi (March), baisikeli (bicycle), elektrisiti, Februari, redio e così via..
I tuoi coetanei li chiami dada o kaka, sorelle o fratelli e i più anziani mama o baba o addirittura bibi o babu.
Dar si mostrò una città meno affollata e caotica di quanto pensassi e poi c’è il mare. Le prime tre settimane furono una macedonia di caldo afoso e a volte insopportabile, i primi mercati, black out continui, spesso poca acqua fangosa con cui lavarsi, pesce alla griglia in spiaggia, spiedini di carne, tanti manghi e un sacco di blatte in camera, da cui il soprannome di Blatteville. Mi accorsi subito che qui ogni bene qui è precario: non potevo programmare una conversazione in skype, una doccia e perfino di ricaricare un cellulare. Mi colpirono anche i Masai, con le loro stoffe e pettinature solenni, a volte nei centri commerciali con rayban, cellulari e una Coca Cola in mano. Modernità e tradizione fuse insieme.
Poi una domenica abbiamo lasciato la metropoli, visto la terra diventare rossa e colline verdi coprirsi di sassi giganti, attraversato la Valle dei Baobab e parchi da cui spuntavano giraffe, elefanti e zebre e diretti verso il centro della Tanzania siamo arrivati a Nyololo. Nyololo ha in realtà due anime.
Nyololo Njiapanda sono le baracche su una delle autostrade principali di Africa dove prostitute e camionisti si scambiano l’HIV, spesso ubriachi. E’ un posto di transito per molte merci, anche armi dicunt. Sembra un territorio di nessuno, l’abbruttimento si respira nell’aria.
Nyololo Shuleni sono invece le capanne di fango (e a volte mattoni) tra il verde esotico e non. Pini e acacie, baobab e girasoli.
Iniziarono poi le storie, le fiabe e i disastri di questa terra, angolo però felice di un Africa senza guerra né carestia grazie anche e ancora all’eco delle politiche di Julius Nyerere. Quindi ci raccontarono che il boss locale, che ho conosciuto proprio stamani in ospedale e riconosciuto grazie al suo gessato improbabile, bruciò un uomo dopo averlo avvolto nei copertoni per un regolamento di conti, che una bambina disabile venne abbandonata anzi fatta crescere in un pollaio e ora si comporta come un pollo, che la giustizia del villaggio è tanto frequente quanto assente quella dello Stato (trattamenti speciali li hanno soprattutto i ladri), che picchiare la moglie è normale, ubriacarsi pure e avere l’HIV anche. Sembra che non solo il tempo, la ricchezza, la felicità, il sesso, il lavoro abbiano un altro significato ma anche la vita stessa. A volte i pazienti non hanno cura di sé e si muore per cazzate trascurate dandoci un senso di impotenza enorme e facendoci riempire di domande sul senso di essere qui. Al Centro di Cura e Trattamento per i pazienti con l’HIV mi occupo sia del coordinamento che di alcune scelte sanitarie da fare sempre rispettando i protocolli e le linee guida governative.
I farmaci sono gratis, il dottore che visita anche, i test e la conta dei linfociti idem, la sensibilizzazione e il counseling pure. E’un centro da migliorare ma che funziona però quando ci sono i bambini, a volte, è troppo. La percezione di fare un buon lavoro quasi si vanifica. Infatti dopo pochi giorni dal mio arrivo ebbi il mio “battesimo di dolore”. Un bambino, purtroppo come molti, mezzo cieco venne da solo a prendersi la terapia facendosi a piedi un sacco di strada con la sua camminata zoppa e la sua mezza paralisi. Non è accettabile conoscere già il destino di un bambino del genere che invece dovrebbe essere pura potenzialità. Mi fece male la carne del cuore. L’HIV dopo anni di meditato silenzio si presenta arrogante e desiderosa di umiliare il corpo. Molti pazienti che seguono la terapia però stanno proprio bene, prove viventi che questa malattia non si cura ma si può trattare se uno si vuole bene. I farmaci qui a disposizione sono antichi ma allungano e migliorano incredibilmente la qualità di vita, oltre ad abbassare il rischio di nuove infezioni.
Ci sono persone in gamba che danno senso al nostro lavoro. C’è Fidelis che come tutti i wahehe ha ai lati degli occhi il segno dei semi incandescenti che gli posero quando era bambino per renderlo un uomo coraggioso. Anni fa ammise pubblicamente di essere sieropositivo andando contro lo stigma, l’ignoranza e i pregiudizi e faceva ogni mese 40 km a piedi per andare a prendere i farmaci in un’altra città. Insomma un rivoluzionario. Sono orgogliosa di lavorare con lui. Poi in dala dala , autobus locale sovraffollato il cui fondo di solito è coperto da uno strato di patate, conobbi un agricoltore che definì l’HIV come “la malattia dell’ignoranza” e mi chiese la ricetta di un piatto italiano da fare con la moglie e gli scrissi sul biglietto del viaggio la ricetta per la pasta alla norma. Sempre su un dala dala mi misero in uno spazio inesistente tra due sedili e un bambino prese sulle ginocchia istintivamente tutti i miei sacchetti per farmi spazio e poi ascoltammo per tutta la durata del viaggio le canzoni dal mio ascoltamusica con la sua curiosa timidezza. Durante un passaggio in piki piki il conducente mi chiese che lavoro poteva fare una volta in Italia. Dopo alcune mie spiegazioni mi chiese perché la realtà dell’Europa è così diversa dall’immagine che appare non essendo noi tutti, ricchi, belli e perfettamente felici. Kenneth, artista sieropositivo, ha fondato una compagnia teatrale, costruisce limousine fondendo due macchine e ha costruito una macchina di legno che funziona. Non so come. Le donne hanno acconciature stranissime (treccine, extension, parrucche) e vestiti coloratissimi in cui nascondono tra i colori i loro pargoli bragati al dorso. Alcune perfino allattano camminando. Molte sorridono spesso. Ma soprattutto anche di fronte al dolore non si lamentano mai. Davanti a questa jungla di umanità, per conciliare tutta questa molteplicità di emozioni non voglio vedere né eroi né criminali ma le persone. L’uomo.
Oltre alla sua presenza, qui è invadente e ammaliante quella della natura.
Non conosco terre in cui pezzi di cielo si tingono di viola, di strisce colorate perfettamente parallele e terre sulle quali si può camminare a mezzanotte al chiaro di luna quasi come fosse giorno. Ci sono baobab antichi, aloe alte come me, radici di alberi che spuntano dopo metri dal tronco e camaleonti per le strade. Ho visto dall’interno di una casa il vetro esterno di una finestra totalmente ricoperto da un alveare. Non si vedeva il giorno o la notte da quanto il labirinto di esagoni perfetti e corpicini brulicanti era fitto. A volte verso l’imbrunire cammino in villaggio ed è un presepe. Bambini con in braccio bambini ancora più piccoli, donne con lunghi rami sulla testa, ragazzine con bacinelle di alluminio piene di acqua, uomini nei campi coi macheti, scolaretti in uniforme, piccoli pastori e grandi mandrie.
Poi arriva il buio, gli altri sensi si acuizzano, si accendono lampade a petrolio dalla luce arancione tra il cielo blu, gli alberi neri, la via Lattea e il fruscio del vento sulle foglie delle pannocchie che sembra la musica di un fiume.
Sono piena di domande. Una mi perseguita. I diritti civili, la cosa più preziosa che mi porto della mia cultura, potrebbero essere un prodotto squisitamente europeo e applicabile solo in Europa frutto di polis greca, umanesimo, illuminismo, ect. Insomma cose nostre.
Perché pensare che tutte le società debbano averli per forza se non appartengono ad un loro percorso?
Alcune società potrebbero basarsi su sistemi differenti tra cui la prepotenza del più forte, le disuguaglianze di genere, l’assenza di uno Stato e violazioni dei diritti umani, magari perfettamente accettabili. A ognuno la sua storia.
Ma tutti i sistemi, tanto i gas quanto i popoli, tendono all’entropia e a mescolarsi, quindi è inevitabile essere qui ora e contaminare e essere contaminati. Ed è anche inevitabile farsi queste domande.
Da questo continente disgraziato ma magico stringo tutti.




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