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mercoledì 17 ottobre 2012

Il laterizio nella savana


di Ignazio Caruso

le nuove costruzioni in Tanzania tendono a ripetere schemi che vanno consolidandosi col tempo: una costruzione considerata moderna sembra non poter prescindere dall’avere una complessa copertura in lamiera su un unico piano fuori terra, realizzato in mattoni nascosti da un intonaco cementizio. Le case tradizionali erano sempre state realizzate in terra cruda con una copertura in paglia, poi in mattoni crudi eventualmente protetti da un intonaco in terra. Oggi non si può ignorare la diffusa volontà di imitare le tipologie in cemento armato dei paesi industrializzati e, in attesa che il costo del calcestruzzo divenga più accessibile, si preferisce ricrearne l’aspetto nascondendo i laterizi sotto una coltre di cemento.
In un villaggio nella provincia di Njombe si è cercato di invertire la tendenza: Wanging’ombe si trova nella regione di Iringa, a sud-ovest della Tanzania, posto nella savana tagliata dall’unica strada asfaltata che collega la città Mbeya e lo stato del Malawi a Dar es Salaam, la capitale economica situata a circa 1000 km di distanza. I suoi 15 mila abitanti sono dispersi su un’area immensa, senza veri e propri collegamenti stradali, e l’agglomerato più consistente di case è sulla strada carrabile. Poco distante da questa padre Tarcisio Moreschi, un prete italiano da più di trent’anni in Africa, ha immaginato l’inserimento di un centro di riabilitazione post-operatoria per i bambini disabili della regione, molto numerosi e spesso abbandonati – insieme alle loro famiglie – sia dal governo che dalla comunità locale.
Per costituire una prima base per un servizio di riabilitazione, che servisse come luogo d’incontro, è stato progettato un centro di aggregazione dei bambini disabili. Questo edificio non voleva differenziarsi troppo dalle costruzioni più tradizionali del villaggio ospite, né essere un anonimo luogo di cura di bambini “diversi” dagli altri e ignorati da tutti, ma doveva invece mostrarsi come un’architettura di cui la comunità potesse andar fiera.
Le più vecchie abitazioni dei Wabena – la tribù locale – sono in terra cruda e si compongono di due grosse e buie stanze, divise da un corridoio; più recentemente si sono trasformate in case in mattoni, crudi o cotti, e da un tetto a due falde in lamiera sui cui lati si trovano coperture ad un singolo spiovente.
Essendo il centro Bethzatha finanziato anche da soldi italiani, gli abitanti di Wanging’ombe si aspettavano che seguisse le mode degli arricchiti locali – con complicati tetti e cemento armato in quantità – ma vi è stata invece la precisa scelta di rivolgersi a forme più tradizionali e riconoscibili, per poter essere percepiti come una inclusione e, allo stesso tempo, una peculiarità del villaggio.
La popolazione ha contribuito alla sua edificazione, sia attraverso feste e aste per ottenere una parte dei fondi richiesti, sia grazie alla manodopera gratuita che ha creato le migliaia di mattoni necessari. Una volta terminata la Stagione delle Grandi Piogge, verso giugno un gruppo di artigiani ha cominciato a raccogliere il fango di un vicino terreno argilloso e l’ha compresso in stampi divisi in tre scomparti, per ricavarne i mattoni da essiccare al sole; appena maneggiabili, questi sono stati impilati a creare dei forni autoportanti dell’altezza di circa quindici file. Prima di cuocerli si sono sigillati con del fango tutti gli interstizi che all’esterno separavano un mattone da quello adiacente, in modo da impedire il passaggio di aria. Infine grossi tronchi hanno riempito l’imboccatura del forno, anch’essa richiusa, in modo da attuare una combustione lenta e senza fiamma per diversi giorni. Il risultato sono mattoni pieni, spesso di dimensioni leggermente diverse, piuttosto friabili, dei quali una buona parte risulta essere troppo cotta e, molte di più, troppo poco. In questi casi i mattoni anneriti – perché bruciati dalle fiamme – vengono usati sulla parte interna della muratura, in modo da non venire a contatto con gli agenti atmosferici ché in breve tempo li degraderebbero; essendo sconsigliabile un uso esterno anche dei mattoni poco cotti, se non protetti da un intonaco, essi vengono posti – insieme ai molti rotti – come base per la gettata di calcestruzzo che viene a costituire il pavimento.
Si è dunque rinunciato ad un rivestimento completo di intonaco preferendo mostrare le superfici tessute con una disposizione gotica dei laterizi (ancora poco usata a livello locale), che sono stati tra loro legati con una malta formata da due parti di sabbia e di terra e da 1/10 di cemento. Al di sotto di questi muri portanti è stata realizzata una fondazione continua composta da blocchi di una locale pietra granitica, posti sopra un letto di sabbia e legati con una malta bastarda di uguali parti di sabbia e di terra stabilizzata con un 10% di cemento e ancora sormontati da un cordolo in calcestruzzo armato. E data l’umidità portata dalle forti piogge stagionali, si è prestata cura nel rendere impermeabili le murature e la pavimentazione del centro grazie a una soluzione a basso costo: ai già citati mattoni rotti, usati come base per la gettata di calcestruzzo, si è infatti aggiunto un telo impermeabile ricavato dall’unione dei sacchi di cemento vuoti, che localmente sono in polipropilene.
La parte dell’edificio più esposta agli agenti atmosferici è stata intonacata e dipinta di arancione e azzurro per venire incontro al gusto locale, così amante dei colori accesi, e alla destinazione d’uso di un edificio pensato principalmente per i bambini: per loro sono anche stati pitturati interni ed esterni con animali in stile tingatinga, scuola artistica tipica della Tanzania.
E ai bambini è stato dedicato uno dei cinque pilastri che reggono il portico, composto di parallelepipedi cavi normalmente usati per realizzare piccole finestre, qui coricati, traslati, armati e riempiti di calcestruzzo per dare più movimento alla struttura. Se quattro pilastri sono identici, ve n’è uno più piccolo, in disparte, che rappresenta bene la loro condizione di disabili all’interno di una società che – più di altre – fatica ad accettarli: ma a differenza degli altri questo è un pilastro colorato di tonalità diverse, e per loro è certamente il più bello, incessantemente impreziosito dalle impronte con le quali i nuovi bambini ospiti firmano l’appartenenza al loro centro.

venerdì 5 ottobre 2012

Mama Africa Circus


foto di Irene Aprile


A partire da Venerdì 28 Settembre fino a Domenica 4 Novembre 2012 al Mancom Centre, New World Cinema, Mwenge.
Una festa spettacolare e ricca di sorprese, articolata in 18 atti fra show di canto, danza (tradizionale e contemporanea), giocoleria, contorsionismo, equilibrismi, evoluzioni aeree, piramidi umane e molto altro ancora.
Il circo Mama Africa è un grande evento del panorama artistico tanzaniano, sostiene e celebra l'arte in questo paese. Gli organizzatori sono fiduciosi che possa incoraggiare altri membri della comunità a promuovere, sempre più, forme di cultura.
Creata nel 2003 come scuola  acrobatica, dal produttore e regista Winston Ruddle, Mama Africa Circo si è trasformata in una notevole piattaforma per la presentazione dell'innato talento acrobatico africano. Ha prodotto più di 150 acrobati e ballerini provenienti da Tanzania e altri paesi africani che sono andati ad esibirsi in tantissimi spettacoli in tutto il mondo
Prezzi dei biglietti: 30.000Tsh per la prima fila e 20.000tsh per le altre. 

Esibizioni:
da Mercoledì a Domenica alle ore  8:00 pm;
da Venerdì a Domenica anche alle ore 3.00 pm;

Prenotazioni: +255 75 9586798,   +255 787517292,  +255 778385238

bookings@mancom.co.tz
www.mancom.co.tz


 

giovedì 4 ottobre 2012

Mal d'Italia

di Matilde Ner
Qui non piove da mesi. All’oro delle colline bruciate dal sole si contrappone il verde smeraldo dei campi di tè e il mio obiettivo dell’anno è chiarissimo. Voglio trovare un tanzaniano a cui non piaccia l’attore StevenKanumba, la cui tragica prematura comparsa ha completato la divinizzazione in corso. Steven Kanumba recita male ma gli attori accanto a lui peggio. Rappresenta il sogno, l’arrivare e l’avere, la meta e una brutta copia dell’Occidente. Soldi, successo, donne e macchine insomma, la felicità. E piace a tutti, donne e bambini, vecchi e giovani, a prescindere dall’educazione e dal ceto. Nell’attesa di raggiungere la mia ambiziosa meta scopro piccoli segreti africani. Tutte le vacche del mondo sono dei Masai, questo loro pensano. Lengai, il loro Dio, disse così e ogni mucca altrui è furto. Ho scoperto poi che qualsiasi foglia verde se non velenosa può essere soffritta con cipolle e pomodori e diventare un contorno, che in tutta la Tanzania, quando un uomo sposa una donna deve pagare alla famigliala sposa (a Nyololo ora i prezzi si aggirano sui 300 euro per moglie), che un‘importante multinazionale svizzera possiede il monopolio del costoso latte in polvere in tutta Africa e che infine qui il seno è solo organo di nutrimento non ha il significato erotico che ha in Occidente. Si allatta sempre e ovunque. I contadini qui, come forse tutti i contadini del mondo, sanno tutto e niente. Molte nozioni per la metà scientifiche per la metà contadine, quel misto di pregiudizi gretti e antica saggezza. Ho visto una donna portare in testa in un secchio 4 zampe di mucca davendere (2 euro a zampa!). Un altro segreto: la luce della luna piena, sovrana indiscussa delcielo, ci regala la nostra ombra anche se notte se le nuvole sono scappate. Fuori dalle banche di Tanzania ci sono le guardie giurate e hanno fucili talmente vecchi che sembrano baionette della rivoluzione francese. Un altro: il fatto che le bottiglie di Coca-Cola, le ricariche del telefono, le bandiere verdi del partito arrivano ovunque anche nei villaggi remoti senza elettricità né acqua è la prova che tutto in questo mondo può arrivare ovunque. Quindi anche farmaci, libri, pensieri.Ogni 20 del mese c’è un mercato in villaggio e si vendono oggetti di seconda mano, cibarie, scarpe e scarpette, stoffe, uniformi scolastiche, pentolame, quaderni, penne. E così arrivarono i colbacchi a Nyololo. Vita in swahili vuol dire guerra. E ci sono parole uniche in questa lingua che in italiano possono essere solo tradotte con frasi. Per esempio intrecciare il tetto di una capanna, strappare la carne dall’osso, il buco lasciato da un dente mancante. Un altro segreto irrisolto. Non capisco come le persone non abbiano schifo a stare così vicine da toccarsi in dala dala, tutti accettano l’altro e i suoi odori. Nei dala dala, dopo numerosi studi svolti, non c’è alcuna strategia per un viaggio decente. Troppi parametri imprevedibili in gioco. Tra cui: casse della musica, sedile extra del corridoio in cui devono stare 2 o 3 persone e mai 1, posizione ruota di scorta, presenza non uniforme dei sacchi di patate sul fondo, destinazione di quelli accanto a te, bambini nelle vicinanze, contadino con gallo, uomo che sa di carbone, donna robusta o meglio matrona con acquisti voluminosi, finestrino rotto per cui ci sarà troppa polvere o farà troppo caldo. Forse conviene affidarsi al caso che sceglierà per te. In dala dala ho conosciuto un’attivista contro la corruzione, un altro contadino arrabbiato e una commerciante di biancheria intima che dopo avermi rivelato la sua sieropositività mi ha regalato una shanga. Una shanga è un filo di perline colorate da mettere alla vita, la parte più preziosa e proibita del corpo di donna. E’ una confidenza, un’intimità, un segreto tra donne, e solo una donna può regalarla ad un’altra come augurio di una buona sessualità. Nessuno uomo se non il proprio amante può vedere la shanga di una donna. E così lei con fare malizioso e complice me la mise in borsa attenta che nessun uomo ci stesse vedendo. Se mi esce dalla gonna e cammino in strada, perfino un estraneo mi invita a nasconderla dove è giusto stia. E’ pudore. E infine capita che prima dei tre anni di vita i bambini non ricevano un nome: è così precaria la vita che non conviene crederci. Il mio collega Jacob si sposa il 2 gennaio, vuole essere il primo uomo non poligamo della sua famiglia. Sarà un marito premuroso, forse il primo della sua stirpe. Si soffre con grande dignità quasi in silenzio che tu sia un bambino da circoncidere a cui l’anestesia non ha fatto effetto o una donna incinta con un travaglio che è un’agonia. I bimbi sono le creature di tutti, chiunque in dala dala prenderà in braccio per tutta la durata del viaggio il bambino di chissà chi. A volte sono stordita nel vedere come pura bellezza e mostruosità possano convivere senza calpestarsi ma forse è anche questo lo stupore del mondo. Un ultimo segreto, veramente. Non esiste solo il mal d’Africa ma anche il mal d’Italia così imperfetta nella sua meraviglia. Tutto ciò che mi manca della mia terra però è gratis. E così a volte, la sera, annuso l’origano e la sua struggente fragranza mediterranea.

martedì 2 ottobre 2012

Danze Acrobazie Musica a Bagamoyo

E' appena terminato il 31° Festival delle Arti e Culture di Bagamoyo (23-29 Settembre),  per gli appassionati c'è un ulteriore evento da non perdere: il 6 Ottobre alle ore 17, sempre all'auditorium di Bagamoyo, avrà luogo lo spettacolo Umoja organizzato da Cultural Flying Carpet (www.umojacfc.com/).

Parteciperanno gruppi folkloristici da Tanzania, Uganda, Kenya, Etiopia e Norvegia.

L'evento è GRATUITO!


       Festival di Bagamoyo, 29 Settembre  (foto Francesco Cosentini)

martedì 18 settembre 2012

Expo 2015: aderisce anche la Tanzania

da Ansa.it
La Tanzania aderisce all'Expo ed è il novantasettesimo ingresso, l'annuncia il Commissario Generale dell'Expo Milano 2015, Roberto Formigoni, che ha dichiarato: ''Nel dare il benvenuto alla Tanzania, registro ancora una volta il vivo desiderio del continente africano di essere protagonista nel mondo dell'Esposizione Universale italiana''. ''Meta' dell'Africa, ormai - ha aggiunto - e' gia' con noi e questo e' un dato che va giudicato come assolutamente significativo''.

sito ufficiale: www.expo2015.org

giovedì 13 settembre 2012

Cena e concerto solidale


CARI AMICI
VENERDI' 21 SETTEMBRE SIETE TUTTI INVITATI ALL'AZIENDA AGRITURISTICA "LA MERLETTA"PER UNA CENA E UN CONCERTO SOLIDALE PER LA RACCOLTA FONDI PER LA COSTRUZIONE DELLA NUOVA CASA ACCOGLIENZA PER I BAMBINI DEL KISEDET

http://www.kisedet.org
KISEDET KIGWE SOCIAL ECONOMIC DEVELOPMENT AND TRAINING


Si tratta di una cena della tradizione
un menù conviviale, semplice ma saporito
taglieri misti di formaggi e salumi, insalata mista, verdure in agrodolce sott’olio, polenta e grigliata di carne
… acqua, vino, dolce, caffè e amaro compresi … !!!
al prezzo “solidale” di 20€  a persona.
.... inoltre il divertimento è assicurato con il concerto live e gratuito dei "GOOD VIBRATIONS"
gruppo che attinge dalle radici del rock, blues e folk con un repertorio di classici e con incursioni anche nella canzone d'autore italiana ma non mancherà qualche sorpresa
.... a seguire musica revival 70-80-90 con DJ MAX!!!!!
Purtroppo i posti sono limitati e serve obbligatoriamente la prenotazione
(rispondete direttamente a questa e-mail o telefonate a Ilario 335-8007631)
Il ricavato della cena e delle donazioni verrà totalmente devoluto alla
Vi aspettiamo alle 20 presso l’azienda agrituristica
LA MERLETTA INAWAKAN
  che generosamente ci ospita
per info www.lamerlettainawakan.it - Via della Merletta, 6/8 Almè -BG-


Per qualsiasi informazione:
“Gruppo Tanzania Onlus” - Via S. A. Carminati, 28 - 24053 Brignano Gera d’Adda (Bergamo)    
 tel. 333.5946876  e-mail info@gruppotanzaniaonlus.org
Grazie Mille! ( Asante sana !)       Lo staff del Gruppo Tanzania Onlus


domenica 2 settembre 2012

Viaggio in Tanzania

di Simona Di Michele


 


All’aeroporto del Cairo il tempo a disposizione per immaginare come sarà la Tanzania è veramente molto. Ritorni con la mente ai resoconti di viaggio di chi in Africa c’è stato innumerevoli volte, e avanzi delle ipotesi su quello che potrà capitarti di vivere, memore dei racconti che ti ha confidato chi ha lavorato per anni in un villaggio sperduto tra le montagne del sud, a diretto contatto con le difficoltà e le sofferenze di un popolo millenario.

Come ci si prepara ad affrontare un viaggio nella terra considerata la culla della civiltà? Quante, delle proprie convinzioni, è bene lasciare a casa, e quanto di se stessi si è disposti a mettere in gioco nel corso di un’esperienza simile? Sulla scia di queste riflessioni, arriva l’annuncio dell’apertura del gate per l’imbarco. Destinazione Dar es Salaam, il cuore della “terra delle foreste e delle savane”, l’antica Tanganica.




L’ombelico del mondo. Dar si rivela da subito una metropoli fagocitante, in frenetico movimento fin dalle 7 del mattino. La valanga di macchine e di bajaji, le rumorose apette che smarcano veloci qualsiasi cosa gli si pari di fronte, sfreccia senza sosta, un movimento paragonabile solo alla fiumana di persone che, sul ciglio della strada priva di marciapiedi, cammina a passo cadenzato, con aria indifferente. La città è un tripudio di cartelloni che pubblicizzano prodotti occidentali, i lunghi tentacoli delle multinazionali la fanno da padrone nella vendita di bibite gassate e nei servizi di telefonia mobile, senza contare gli oscuri cantieri che campeggiano ai lati dei piccoli banchi di frutta o delle botteghe improvvisate dove si vendono prodotti artigianali. Una sconfitta soprattutto per i seguaci politici del primo partito del paese, quello socialista di Nyerere, il presidente grazie al quale la Tanzania si è resa indipendente negli anni sessanta. Oggi, quei cantieri per lo più cinesi e indiani, i maggiori costruttori della zona, fanno da macabro sfondo ai tanti venditori ambulanti tanzaniani intenti a chiedere l’elemosina ai semafori rossi.
Non ci vorrà molto, nel corso del viaggio, per abituarsi all’invito incessante degli uomini e dei ragazzi che si offrono come tassisti o guide turistiche, all’aeroporto come alla stazione dei pullman e dei dala-dala (i piccoli autobus della città), e al porto, da dove partono i traghetti per Zanzibar. Avere un tassista in città, del resto, non è affatto un lusso. Il nostro punto di riferimento in questo senso è Aji, un ragazzo di circa trent’anni, dal sorriso timido e una lieve balbuzie.
I segni della città, Aji li porta tutti sul volto: tre anni fa, quando ancora faceva il tassista nelle ore notturne, ha caricato in macchina dei presunti clienti che lo hanno minacciato per portarlo in un posto isolato. Lì, dopo averlo picchiato e sfregiato con un machete, lo hanno derubato lasciandolo solo e lontano dal centro. Da allora Aji non lavora più di notte, e quando gli chiediamo qual è la tariffa per la corsa in taxi, ci guarda sorridente e dimesso: “Quanto volete”, dice in swahili. Lo incontreremo ancora durante la nostra permanenza, intanto è con il suo caloroso “Karibu Tanzania!” che riceviamo il nostro primo benvenuto.
Il pipistrello di Zanzibar. Il centro dell’isola, Stone Town, assomiglia ad una casba, per quell’intrigo di viuzze strette, con il Jaws Corner dove gli uomini si ritrovano dopo il lavoro per giocare a dama, bere e fumare assieme. Il richiamo alla preghiera del muezzin aleggia nell’aria, ed è la dolce melodia che ci fa risvegliare alle 5 del mattino sotto la zanzariera del nostro letto alla guest house dove alloggiamo. Un acquazzone improvviso, nel corso della giornata, rende le strade un manto d’acqua sudicia, ma gli abitanti non ci fanno caso, proseguono per la strada in sella alle loro biciclette o intenti a trascinare a mani nude pesanti carri ricolmi di roba.
Ali Jouss è uno zanzibarino dall’aria vissuta, ci nota dall’angolo della strada, ci parla in un buon italiano, e decide di sua iniziativa che sarebbe stata la nostra guida in città. Camminare al suo passo è praticamente impossibile. La sua falcata, apparentemente lenta, è lunga ed implacabile, e a guardarlo muoversi a quell’andatura si ha davvero l’impressione che il concetto stesso di tempo, da queste parti, abbia tutto un altro ritmo. Ali Jouss ci scorta verso l’antico mercato degli schiavi, oggi sovrastato da una chiesa anglicana, e la sua voce diventa più appassionata quando ci mostra il monumento in ricordo della schiavitù, dove sono ancora presenti le pesanti catene che stringevano collo, polsi e caviglie di migliaia di uomini e donne. Una vena di orgoglio trapela anche quando ci fa da cicerone nella residenza del sultano, e ci ricorda la storia della rivoluzione di Zanzibar, grazie alla quale è stato rovesciato il sultanato. Quando gli chiediamo della sua di storia, Ali assume un’aria più malinconica. Di fronte ad una birra, e continuando ad accendere e spegnere sigarette, ci confida che lui e il suo popolo sono arrabbiati per via della situazione politica tra Zanzibar e la Tanzania, soprattutto perché la fusione impedisce all’isola di essere totalmente indipendente. Ali, penultimo di sei fratelli, non vede prospettive rosee per il suo futuro. Vorrebbe tornare a Dar per proseguire gli studi, ma deve accudire la madre malata, e ogni progetto più lungimirante sembra spegnersi sul suo volto scavato. “Sono come un pipistrello”, conclude “Non sono né un uccello né un animale”.

Verde, azzurro e giallo. Sono i colori della bandiera della Tanzania a fornire la sintesi perfetta di tutto ciò che la natura di questo paese sa regalare. Il verde, simbolo della vegetazione, è la natura rigogliosa e gigantesca che, nella stagione delle piogge, avvolge città, villaggi di costa e paesi sperduti nell’interno del paese. Dalle piantagioni di spezie a Zanzibar, alle altissime palme da cocco sulle spiagge e tra le rovine del sultano all’isola di Kilwa, fino alle piccole foreste disseminate per il Ruaha Park durante il safari, la natura africana è esattamente come la si immagina, imponente e placida, radicata fin dentro le viscere della terra e slanciata a perdifiato dentro l’azzurro. Azzurro, appunto, il secondo colore della bandiera, quello del cielo e dell’oceano, i due elementi più stupefacenti perché letteralmente privi di confini. E su tutti, il giallo, la luce del sole che colora di mille sfumature le grandi distese delle coltivazioni di grano, le risaie, le città. Dall’alba al tramonto, la natura offre uno spettacolo unico, accompagnato dal silenzio stupito e incredulo di chi ha la fortuna di osservarlo.


Verso l’interno. Per raggiungere Nyololo, un piccolo villaggio del sud a un’ora di distanza dalla città di Iringa, sono necessarie nove ore di pullman da Dar. Durante il viaggio ci sono poche e brevissime soste, l’autista avverte sempre troppo presto con una sonora suonata di clacson che il mezzo sta per ripartire. La folle velocità in cui si viaggia diminuisce di poco solo nei punti più critici, dove le buche e la fanga della strada rischiano di bloccare le ruote. In compenso, lo scenario che si vede dal finestrino è un diversivo notevole. La bellezza dei paesaggi in Tanzania si nasconde anche nella loro diversità, il passaggio dai villaggi di costa a quelli sulle Urungu Mountains ha dell’incredibile. Si passa dalle distese di palme da cocco, dalle grandi spianate di terra verso il mare ai pericolosi tornanti di montagna e alle vallate dove si susseguono case di fango e paglia, chiuse tra le vette e le piantagioni di girasole.
Iringa è una cittadina più modesta di Dar, e se nella metropoli la gente guarda i “mzungu”, i bianchi, con curiosità e una buona dose di opportunismo, a Iringa vige di più uno stato di sottile diffidenza. Il villaggio di Nyololo accoglie le strutture della Ong catanese Cope (Cooperazione Paesi Emergenti), con la quale viaggiamo. I progetti dell’organizzazione riguardano un ospedale, la shamba (la fattoria) e un centro per bambini orfani. Nella nostra breve permanenza qui, a conclusione del viaggio, abbiamo modo di toccare con mano, abbracciandoli e coccolandoli, il bisogno di amore autentico di tanti bambini che vengono accolti in queste strutture. Per lo più orfani di madre, alcuni sieropositivi dalla nascita, è con i loro occhi nei nostri che facciamo ritorno in Italia. Portando con noi il ricordo di un viaggio verso l’interno, in tutti i sensi.


(Le foto sono dell’autrice; per informazioni e approfondimenti: www.cope.it)